Rivista di formazione e aggiornamento di pediatri e medici operanti sul territorio e in ospedale. Fondata nel 1982, in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri.

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

Il vostro bebè sente bene? Perché è meglio saperlo al più presto

Pediatri a Draghi: urge azione su denatalità, fragilità, scuola

Rapporto CeDAP sull’evento nascita in Italia

Covid: vaccini ‘molto efficaci’ tra gli operatori sanitari

Covid: neonati di madri vaccinate hanno gli anticorpi

Vaccino Covid ai bambini tra 5 e 11 anni, Pfizer avvia la sperimentazione

Con il Covid papà sempre più ‘mammi’ ma 76% sotto pressione

Autismo. Il 2 aprile è stata la Giornata Mondiale. In Italia presenta disturbi 1 bambino su 77 nella fascia di età 7-9 anni

Malattie rare, fenilchetonuria: necessario prendere in carico i pazienti adulti e in transizione

Radiazioni ionizzanti: quanto ne sa la popolazione? Lo studio RadIoPoGe

Un podcast racconta l’autolesionismo: storie di ragazze interrotte, dalle ferite alla rinascita


Il vostro bebè sente bene? Perché è meglio saperlo al più presto

L’ipoacusia permanente in un neonato, se non viene corretta, può incidere in misura molto significativa sull’apprendimento del linguaggio e sullo sviluppo complessivo

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Nei Paesi occidentali fino a tre bambini su mille nascono con deficit uditivi permanenti, percentuale che sale di dieci, venti volte, se si considerano i piccoli ricoverati nelle terapie intensive neonatali o con altri fattori di rischio, per esempio, il basso peso alla nascita, una storia familiare di sordità o che hanno contratto infezioni intrauterine. Intercettare queste forme di sordità già alla nascita è di grande importanza per evitare danni irreparabili e può cambiare letteralmente la vita di questi bambini.

Quali sono le cause più comuni?
«Le sordità permanenti possono essere distinte innanzitutto in ereditarie o acquisite. Le prime vengono ereditate geneticamente dai genitori e in tre casi su dieci sono associate a sindromi che, oltre all’ipoacusia, possono determinare altri disturbi. Alcune di queste forme genetiche possono manifestarsi anche dopo la nascita oppure essere caratterizzate da una sordità che peggiora nel tempo. Le forme acquisite invece, si verificano nell’utero della mamma, al momento del parto o successivamente. Nella maggior parte dei casi sono imputabili a infezioni intrauterine, soprattutto da citomegalovirus (CMV) in aumento negli ultimi anni, mentre quelli da rosolia (in passato causa frequente di infezione intrauterina e sordità) sono quasi scomparsi. In caso di infezione congenita da CMV, la sordità può insorgere alla nascita o manifestarsi successivamente durante l’infanzia. Per questo motivo è molto importante seguire almeno fino ai dieci anni tutti i bambini che contraggono questa infezione in utero». Accanto alla più grave ipoacusia neurosensoriale, dovuta a danni alla coclea o, più rado, al nervo acustico, esiste l’ipoacusia trasmissiva. In questi casi, la coclea è perfettamente funzionante, ma qualcosa impedisce al suono di raggiungerla. Ciò per esempio può accadere in presenza di un tappo di cerume oppure per l’accumulo di catarro nell’orecchio medio.

Quali conseguenze può comportare la compromissione dell’udito?
«L’ipoacusia permanente in un neonato, se non corretta, può compromettere in maniera significativa l’apprendimento del linguaggio e lo sviluppo globale del bambino. La deprivazione sensoriale nei periodi di massima plasticità può inoltre avere conseguenze, oltre che sul sistema uditivo, anche sullo sviluppo cognitivo. Purtroppo capita ancora troppo spesso che la diagnosi, il trattamento, la riabilitazione e gli interventi educativi vengano messi in atto in ritardo o in modo non appropriato, con gravi conseguenze. Per il bambino diventa infatti molto più difficile acquisire abilità linguistiche e cognitive che possano permettergli di cogliere appieno le successive opportunità scolastiche e sociali».

Come si può intercettare il problema?
«È ormai assodato che prima si identifica il deficit uditivo e si interviene in modo corretto, maggiori sono le possibilità di recupero per il bambino. Ciò ha favorito lo sviluppo di programmi di screening uditivo neonatale e di sorveglianza audiologica nei primi anni di vita, con l’obiettivo di identificare e diagnosticare i deficit uditivi congeniti entro i primi tre mesi di vita e quelli a esordio successivo immediatamente dopo la loro manifestazione. In Italia lo screening neonatale è attivo dal 2013, i protocolli però non sono uguali in tutte le Regioni. Le procedure di screening sono rappresentate da test rapidi ed economici non invasivi (le emissioni otoacustiche e i potenziali evocati uditivi del tronco automatici) a cui i neonati vengono sottoposti nei primi giorni di vita. In alcuni casi il primo test effettuato alla nascita può dare una risposta dubbia. Questo non vuol dire che il bambino abbia un problema di udito, ma solo che è necessario effettuare altri esami più specifici da eseguire presso un Centro di riferimento audiologico».

Protesi acustiche o impianto cocleare
Indipendentemente dalle cause, la maggior parte dei disturbi permanenti dell’udito in età pediatrica è dovuta a un danno cocleare ed è pertanto, almeno in parte, rimediabile tramite il ricorso a protesi acustiche o all’impianto cocleare. Quest’ultima procedura è ormai un trattamento consolidato per le forme gravi-profonde di ipoacusia (quelle sopra i 75 decibel) che non raggiungono risultati ottimali con le tradizionali protesi acustiche. Bisogna aggiungere che, in generale, l’impianto cocleare non è giustificato sotto l’anno di vita, salvo eccezioni. In entrambi i casi (protesi/impianto) è fondamentale che il bambino venga seguito da un team multidisciplinare e avviato precocemente a un percorso riabilitativo.


Pediatri a Draghi: urge azione su denatalità, fragilità, scuola

Appello dal presidente della Società Italiana di Pediatria, Alberto Villani: serve intervento incisivo

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Natalità in continuo calo “che rischia di peggiorare ulteriormente per il 2020”, scuola in sofferenza da anni e un milione di bambini con fragilità che rischiano di esser ancora più penalizzati dalla pandemia Covid: su questi temi “è urgente un’azione incisiva”. Questo l’appello, rilanciato sui social, rivolto al premier Mario Draghi dal presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP), Alberto Villani.

La pandemia da Sars-CoV-2, spiega Villani, “ha evidenziato molte criticità nel nostro Paese. In Italia vivono oltre 1 milione di soggetti in età evolutiva con speciali necessità assistenziali o fragili. Questi bambini e ragazzi, con le loro famiglie, hanno pagato un enorme prezzo in questo anno in cui non hanno potuto giovarsi neanche della già carente rete assistenziale”. Pazienti neuropsichiatrici, con malattie rare, con patologie croniche e degenerative, con deficit sensoriali hanno diritto a una maggiore attenzione e sensibilità da parte del Servizio sanitario, a un adeguato impegno di risorse, strutture e personale qualificato”. Altro nodo è la scuola “in sofferenza da anni - sottolinea il presidente della SIP - e la pandemia ne ha esaltato tutte le ormai storiche carenze strutturali e di personale”. Quindi, bisogna “investire nella scuola per renderla un luogo sicuro in cui a tutti sia garantito il diritto di sviluppare le proprie potenzialità offrendo la possibilità di praticare sport e arti”, rafforzando “l’insegnamento dell’educazione civica e introducendo l’educazione sanitaria come materia di insegnamento”. Infine, i dati Istat mostrano il numero delle nascite in Italia in drammatica riduzione, problema che peggiorerà nel 2020 e nei confronti del quale è “indispensabile agire con immediatezza con un piano appropriato”, perché un Paese senza bambini è un Paese senza futuro ma anche senza presente”. Come pediatri, conclude la SIP, “sentiamo il dovere di sensibilizzare l’opinione pubblica e di manifestare la nostra grande preoccupazione”.


Rapporto CeDAP sull’evento nascita in Italia

Prosegue crollo nascite: nel 2018 oltre 18mila bambini in meno. Sempre alto il ricorso al cesareo (32,9%). Aumentano i nati con procreazione medicalmente assistita

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Sono questi alcuni numeri del Rapporto annuale sull’evento nascita in Italia (CeDAP) curato dal Ministero della Salute. In totale sono nati 442.676 bambini (nel 2017 erano 461.284). Il luogo del parto preferito è sempre l’ospedale pubblico anche se il 61,8% dei parti si svolge in strutture dove avvengono almeno 1.000 parti annui. L’età media della madre è di 32,9 anni per le italiane mentre scende a 30,5 anni per le cittadine straniere.
Prosegue inesorabile il calo delle nascite in tutte le aree del Paese: nel 2018 sono nati 442.676 bambini (nel 2017 erano 461.284), ovvero -18.608. In calo ovviamente anche il numero di parti (435 mila contro i 452 mila dell’anno precedente). È quanto emerge dal Rapporto annuale sull’evento nascita in Italia - CeDAP 2018, che illustra le analisi dei dati rilevati per l’anno 2018 dal flusso informativo del Certificato di Assistenza al Parto (CeDAP).
“Nel corso del 2018 - rileva il Ministero della Salute - prosegue il calo delle nascite, in tutte le aree del Paese. Il fenomeno è in larga misura l’effetto della modificazione della struttura per età della popolazione femminile e in parte dipende dalla diminuzione della propensione a avere figli. Le cittadine straniere hanno finora compensato questo squilibrio strutturale; negli ultimi anni si nota, tuttavia, una diminuzione della fecondità delle donne straniere”.
Il tasso di natalità varia da 5,7 nati per mille donne in età fertile in Sardegna a 10 nella Provincia Autonoma di Trento rispetto a una media nazionale del 7,3. Le Regioni del Centro presentano tutte un tasso di natalità con valori inferiori alla media nazionale. Nelle Regioni del Sud, i tassi di natalità più elevati sono quelli di Campania, Calabria e Sicilia che presentano valori superiori alla media nazionale.
Anche la fecondità mantiene l’andamento decrescente degli anni precedenti: nel 2018 il numero medio di figli per donna scende a 1,32 (rispetto a 1,46 del 2010). I dati per il 2018 danno livelli più elevati di fecondità al Nord nelle Province Autonome di Trento e Bolzano e nel Mezzogiorno in Campania e Sicilia.
Le Regioni in assoluto meno prolifiche sono invece Sardegna, Basilicata e Molise. Il tasso di mortalità infantile, che misura la mortalità nel primo anno di vita, è pari nel 2018 a 2,88 bambini ogni mille nati vivi.
Negli ultimi 10 anni tale tasso ha continuato a diminuire su tutto il territorio italiano, anche se negli anni più recenti si assiste a un rallentamento di questo trend. Permangono, inoltre, notevoli differenze territoriali. Il tasso di mortalità neonatale rappresenta la mortalità entro il primo mese di vita e contribuisce per oltre il 70% alla mortalità infantile.
I decessi nel primo mese di vita sono dovuti principalmente a cause cosiddette endogene, legate alle condizioni della gravidanza e del parto o a malformazioni congenite del bambino. La mortalità nel periodo post neonatale è invece generalmente dovuta a fattori di tipo esogeno legati alla qualità dell’ambiente igienico, sociale ed economico in cui vivono la madre e il bambino.

In sintesi i dati mostrano i seguenti risultati:

L’89,4% dei parti è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati, il 10,5% nelle Case di cura e solo lo 0,08% altrove (altra struttura di assistenza, domicilio, etc.). Naturalmente nelle Regioni in cui è rilevante la presenza di strutture private accreditate rispetto alle pubbliche, le percentuali sono sostanzialmente diverse. Il 61,8% dei parti si svolge in strutture dove avvengono almeno mille parti annui. Tali strutture, in numero di 156 rappresentano il 35% dei punti nascita totali. Il 6% dei parti ha luogo invece in strutture che accolgono meno di 500 parti annui.
Nel 2018, circa il 21% dei parti è relativo a madri di cittadinanza non italiana. Tale fenomeno è più diffuso nelle aree del Paese con maggiore presenza straniera, ovvero al Centro-Nord, dove più del 26% dei parti avviene da madri non italiane; in particolare, in Emilia Romagna, Lombardia e Liguria, oltre il 30% delle nascite è riferito a madri straniere. Le aree geografiche di provenienza più rappresentate, sono quella dell’Africa (27,6%) e dell’Unione Europea (23,7%). Le madri di origine Asiatica e Sud Americana costituiscono rispettivamente il 18,7% e il 7,4% delle madri straniere.
L’età media della madre è di 32,9 anni per le italiane mentre scende a 30,5 anni per le cittadine straniere. I valori mediani sono invece di 33,6 anni per le italiane e 30,8 anni per le straniere. L’età media al primo figlio è per le donne italiane, quasi in tutte le Regioni, superiore a 31 anni, con variazioni sensibili tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Le donne straniere partoriscono il primo figlio in media a 28,7 anni.
Delle donne che hanno partorito nell’anno 2018 il 43,9% ha una scolarità medio alta, il 26,8% medio bassa e il 29,4% ha conseguito la laurea. Fra le straniere prevale invece una scolarità medio bassa (44,1%).
L’analisi della condizione professionale evidenzia che il 55,0% delle madri ha un’occupazione lavorativa, il 28,8% sono casalinghe e il 13,7% sono disoccupate o in cerca di prima occupazione. La condizione professionale delle straniere che hanno partorito nel 2018 è per il 52,1% quella di casalinga a fronte del 62,1% delle donne italiane che hanno invece un’occupazione lavorativa.
Nell’88,1% delle gravidanze il numero di visite ostetriche effettuate è superiore a 4 mentre nel 66,3% delle gravidanze si effettuano più di 3 ecografie. La percentuale di donne italiane che effettuano la prima visita oltre il primo trimestre di gravidanza è pari al 2,3% mentre tale percentuale sale all’11,1% per le donne straniere. Le donne con scolarità medio-bassa effettuano la prima visita più tardivamente: la percentuale di donne con titolo di studio elementare o senza nessun titolo che effettuano la prima visita dopo l’11° settimana di gestazione è pari al 11,1% mentre per le donne con scolarità alta, la percentuale è del 2,3%. Anche la giovane età della donna, in particolare nelle madri al di sotto dei 20 anni, risulta associata a un maggior rischio di controlli assenti (3,2%) o tardivi (1° visita effettuata oltre l’undicesima settimana di gestazione nel 13,6% dei casi). Nell’ambito delle tecniche diagnostiche prenatali invasive sono state effettuate in media 4,8 amniocentesi ogni 100 parti. A livello nazionale alle madri con più di 40 anni il prelievo del liquido amniotico è stato effettuato nel 15,57% dei casi.
La donna ha accanto a sé al momento del parto (esclusi i cesarei) nel 92,7% dei casi il padre del bambino, nel 5,8% un familiare e nell’1,5% un’altra persona di fiducia. La presenza di una persona di fiducia piuttosto che di un’altra risulta essere influenzata dall’area geografica.
Si conferma il ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica. In media, nel 2018 il 32,3% dei parti è avvenuto con taglio cesareo, con notevoli differenze regionali che comunque evidenziano che in Italia vi è un ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica. Rispetto al luogo del parto si registra un’elevata propensione all’uso del taglio cesareo nelle case di cura accreditate, in cui si registra tale procedura in circa il 47,6% dei parti contro il 30,5% negli ospedali pubblici. Il parto cesareo è più frequente nelle donne con cittadinanza italiana rispetto alle donne straniere: si ricorre al taglio cesareo nel 27,0% dei parti di madri straniere e nel 33,7% dei parti di madri italiane.
L’1% dei nati ha un peso inferiore a 1500 grammi e il 6,3% tra 1500 e 2500 grammi. Nei test di valutazione della vitalità del neonato tramite indice di Apgar, il 98,9% dei nati ha riportato un punteggio a 5 minuti dalla nascita compreso tra 7 e 10.
Sono stati rilevati 1148 nati morti corrispondenti a un tasso di natimortalità, pari a 2,59 nati morti ogni mille nati, e registrati 5641 casi di malformazioni diagnostiche alla nascita. L’indicazione della diagnosi è presente rispettivamente solo nel 41,9% dei casi di natimortalità e nel 86,9% di nati con malformazioni.
Il ricorso a una tecnica di procreazione medicalmente assistita (PMA) risulta effettuato in media 2,53 gravidanze ogni 100 (11.026). La tecnica più utilizzata è stata la fecondazione in vitro con successivo trasferimento di embrioni nell’utero (FIVET), seguita dal metodo di fecondazione in vitro tramite iniezione di spermatozoo in citoplasma (ICSI).


Covid: vaccini ‘molto efficaci’ tra gli operatori sanitari

Studi in USA e Israele, riduzione contagi oltre il 90%

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I vaccini anti Covid sono “molto efficaci” nel prevenire i contagi tra gli operatori sanitari. Lo affermano tre studi diversi, condotti in California, Texas e Israele, pubblicati contemporaneamente sul New England Journal of Medicine, da cui emerge una riduzione superiore al 90%. Anche in Italia, afferma l’ultimo report esteso dell’ISS, si è notata una forte riduzione dei contagi fra gli operatori, indicati dall’inizio come categoria prioritaria per la vaccinazione.
Nella prima ricerca, dell’università di Los Angeles (UCLA) e di quella di San Diego, sono stati analizzati i dati di oltre 15mila operatori che avevano ricevuto la seconda dose di Pfizer o Moderna tra dicembre e gennaio, con un tasso di positività di circa l’1%, molto più basso di quello registrato nella popolazione generale. Il secondo studio ha esaminato i dati su circa 23mila operatori vaccinati della University of Texas.
“L’effetto della vaccinazione nella protezione dei nostri operatori è stato notevole - scrivono gli autori - Abbiamo osservato una riduzione maggiore del 90% nel numero di impiegati che erano in isolamento o in quarantena”. Alle stesse conclusioni è giunto lo studio dell’Hadassah Hebrew University Medical Center di Gerusalemme.
“Nel nostro studio, che è stato condotto in un ospedale attivo in una comunità con un’alta incidenza di Covid-19, la vaccinazione degli operatori sanitari ha portato a una grande riduzione dei nuovi casi fra chi ha ricevuto le due dosi, anche quando un aumento della variante ‘inglese’ è stato notato nell’80% dei casi”.


Covid: neonati di madri vaccinate hanno gli anticorpi

Secondo una ricerca dell’ospedale Hadassah di Gerusalemme

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I bimbi appena nati di mamme vaccinate contro il coronavirus hanno gli anticorpi pronti a combattere questo virus: è quanto emerge da una ricerca dell’ospedale Hadassah di Gerusalemme.
Lo studio ha preso in esame il sangue del cordone ombelicale di 40 neonati e ha trovato che tutti avevano una forte presenza di anticorpi. Allo stesso modo delle loro madri vaccinate con Pfizer.




Vaccino Covid ai bambini tra 5 e 11 anni, Pfizer avvia la sperimentazione

CNN: poi il test sui più piccoli

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Il vaccino somministrato ai bambini tra 5 e 11 anni. Pfizer ha avviato la sperimentazione e, secondo la CNN, i test poi verranno effettuati sui più piccoli. Prime iniezioni del vaccino anti-Covid della Pfizer-BioNTech su due bambini di meno di 12 anni di età: il primo trial dell’immunizzazione contro SARS-Cov-2 sui minori di 12 anni è partito da poco.
Secondo la CNN, la Pfizer per il momento ha avviato i test del prodotto su bambini tra i 5 e gli 11 anni. Una volta accertata la sicurezza in questa fascia di età, l’Azienda passerà ai test per i piccoli di 2-5 anni per finire sui piccolissimi dai 6 mesi ai 2 anni. L’obiettivo della Pfizer sarebbe quello di espandere le vaccinazioni contro il Covid anche sui più piccoli per l’inizio del 2022.


Con il Covid papà sempre più ‘mammi’ ma 76% sotto pressione

Psicoterapeuta: padri più coinvolti in casa e figli, cresce ansia

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Papà più presenti in famiglia ma anche più stressati. La pandemia e le restrizioni per combattere Covid-19 hanno rivoluzionato il ruolo dei padri, coinvolgendoli nella cura della casa e dei figli e trasformandoli in ‘mammi’.
Ma al tempo stesso sono cresciute preoccupazione, ansia e irritabilità.
È quanto emerge da un sondaggio promosso dall’EURODAP (Associazione Europea per il Disturbo da Attacchi di Panico).
Per il 76% degli intervistati l’immersione nella quotidianità familiare e il cambiamento radicale delle abitudini ha causato una pressione psicologica non trascurabile. Il 59%, infatti, dichiara di essere molto preoccupato per la situazione economica attuale e il 68% per l’impossibilità di progettazione legata all’andamento della pandemia. Il lockdown e la mancanza di contatti sociali in alcuni casi hanno portato a uno stato di agitazione e depressione, difficoltà di concentrazione e maggiore irritabilità: il 57% prova un senso di frustrazione per l’impossibilità di ritagliarsi uno spazio personale se non in casa.
“È passato un anno da quando il mondo è stato travolto dalla pandemia, costringendoci ad abbandonare la nostra routine per rintanarci nella sicurezza delle nostre case - afferma Eleonora Iacobelli, psicoterapeuta e presidente EURODAP - È stato un periodo d’incertezze, di precarietà mentale e lavorativa, ma anche di riscoperta dei valori familiari. La convivenza forzata ha costretto le famiglie a cercare nuovi equilibri e i papà in smartworking si sono ritrovati alle prese con nuove dinamiche lavorative e familiari, più presenti e coinvolti nella cura della casa e dei figli e nella loro istruzione”. Il prolungarsi di questa situazione, però, conclude, “accresce ansia, stanchezza e paura”.


Autismo. Il 2 aprile è stata la Giornata Mondiale. In Italia presenta disturbi 1 bambino su 77 nella fascia di età 7-9 anni

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La prevalenza del disturbo è stimata essere attualmente di circa 1 su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su 160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran Bretagna. In età adulta pochi studi sono stati effettuati e segnalano una prevalenza di 1 su 100 in Inghilterra.

Vai alle linee guida sull’autismo dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il 2 aprile è stata la Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’ONU. La ricorrenza richiama l’attenzione di tutti sui diritti delle persone nello spettro autistico.
I disturbi dello spettro autistico (Autism Spectrum Disorders, ASD) sono un insieme eterogeneo di disturbi del neurosviluppo caratterizzati da una compromissione qualitativa nelle aree dell’interazione sociale e della comunicazione, e da modelli ripetitivi e stereotipati di comportamento, interessi e attività. I sintomi e la loro severità possono manifestarsi in modo differente da persona a persona, conseguentemente i bisogni specifici e la necessità di sostegno sono variabili e possono mutare nel tempo. La prevalenza del disturbo è stimata essere attualmente di circa 1 su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su 160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran Bretagna. In età adulta pochi studi sono stati effettuati e segnalano una prevalenza di 1 su 100 in Inghilterra. In Italia si stima che 1 bambino su 77, nella fascia di età 7-9 anni, presenti un disturbo dello spettro autistico.

I dati dell’Osservatorio nazionale
In Italia, secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale per il monitoraggio dei disturbi dello spettro autistico, 1 bambino su 77 (età 7-9 anni) presenta un disturbo dello spettro autistico con una prevalenza maggiore nei maschi, che sono colpiti 4,4 volte in più rispetto alle femmine. Questi dati sottolineano la necessità di politiche sanitarie, educative e sociali atte a incrementare i servizi e migliorare l’organizzazione delle risorse a supporto delle famiglie. L’Osservatorio Nazionale è un progetto finanziato nel 2016 dalla Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute e coordinato da Istituto Superiore di Sanità (ISS) e Ministero della Salute.

Autismo: la prima rete nazionale condivisa dagli specialisti per il riconoscimento e la diagnosi precoce dei disturbi
La rete dei servizi educativi della prima infanzia, dei pediatri di famiglia, delle neonatologie e terapie intensive neonatali e delle Unità Operative di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza è stata potenziata nell’ambito delle attività del Fondo Autismo coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità su mandato della Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute. L’istituzione di una rete specifica clinica e di ricerca per il riconoscimento, diagnosi e intervento precoce risponde a un preciso mandato che include l’applicazione del protocollo di sorveglianza del neurosviluppo nel contesto dei bilanci di salute pediatrici su scala nazionale e una robusta attività di formazione specifica nell’ambito dei nidi e delle scuole dell’infanzia. L’obiettivo, è quello di promuovere una efficace osservazione per monitorare la traiettoria di neurosviluppo del bambino e inviarlo tempestivamente a una valutazione specialistica.
Tutte le Regioni sono, inoltre, impegnate nella presa in carico globale delle persone nello spettro nell’intero arco della vita attraverso la definizione di percorsi differenziati al trattamento e per la promozione delle autonomie (inclusi percorsi per l’inclusione lavorativa e la promozione dell’autonomia abitativa) per la definizione di un vero e proprio Progetto di vita.


Malattie rare, fenilchetonuria: necessario prendere in carico i pazienti adulti e in transizione

L’evento istituzionale, organizzato da OMaR, ha raccolto le istanze dei pazienti con fenilchetonuria e dei clinici: formazione, risorse, standard nazionali e mobilità in Italia e Europa

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In Italia la fenilchetonuria (PKU), considerate tutte le varianti, colpisce un bambino ogni 2581 nati. Interessa circa 50.000 persone nel mondo ed è fra le malattie rare la più diffusa nel nostro Paese. Sottoposta a screening neonatale di massa dal 1974 (dal 1992 in tutto il territorio nazionale) oggi non è più una patologia solo pediatrica: grazie alla diagnosi precoce e a una corretta terapia (una rigida dieta con ridotto apporto di fenilalanina) con la PKU si diventa adulti con normali capacità intellettive e funzioni adattive.
Se dunque è vero che sono stati compiuti negli anni passi da gigante, le questioni irrisolte sono ancora molte. Sul piano clinico: un ulteriore margine di normalizzazione che non sembra del tutto alla portata della terapia dietetica; le limitazioni legate alla necessaria rigidità del trattamento dietetico in un adulto nel contesto della sua vita sociale e lavorativa; il rischio di un possibile deterioramento delle funzioni mentali derivante dalla difficoltà di mantenere stretta aderenza alle indicazioni dietetiche.
Sul piano, invece, dell’organizzazione assistenziale la necessità di incrementare e formare equipe specializzate e multidisciplinari per la transizione nell’età adulta e quindi il passaggio da una medicina del bambino e dell’adolescente, costitutivamente multidisciplinare, a una medicina superspecialistica e settorializzata come quella dell’adulto. Anche in questo ambito la PKU diventa un paradigma per l’organizzazione sanitaria delle malattie da screening, per molte delle quali il monitoraggio clinico ha un carattere permanente che attraversa tutte le fasce di età dal neonato all’anziano.
Queste problematiche sono ovviamente sovranazionali e lo sviluppo di un network internazionale per la PKU è un obiettivo cruciale sebbene ancora del tutto virtuale. Di questo, e di molto altro, si è discusso oggi nel corso dell’evento online “PKU, una malattia rara in evoluzione. Il futuro è il network europeo” organizzato da Osservatorio Malattie Rare, grazie al contributo non condizionante di Biomarin, in cui specialisti, associazioni di pazienti e istituzioni - incluse quelle europee come testimoniato dalla presenza dell’On. Rosanna Conte - hanno avuto la possibilità di confrontarsi sulla fenilchetonuria.

Le testimonianze di Leuzzi e Binetti
«La PKU è una patologia rara dovuta a mutazioni genetiche che rendono inefficace l’attività dell’enzima necessario a metabolizzare la fenilalanina (Phe), un aminoacido essenziale presente nelle proteine alimentari - ha spiegato Vincenzo Leuzzi, Ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università La Sapienza di Roma, nel corso dell’incontro - In assenza di una pronta diagnosi e trattamento sin dalle prime settimane di vita, la malattia si manifesta con un importante rallentamento e arresto del normale sviluppo neurologico che esita nei mesi successivi in una grave disabilità intellettiva e deficit neurologici. L’istituzione dello screening neonatale di massa per questa malattia e il trattamento preventivo della malattia hanno di fatto determinato la scomparsa di questa malattia come causa di disabilità. Oggi l’obiettivo è più avanzato ed è quello di migliorare la qualità di vita delle persone con PKU, che possono vivere al pari dei loro coetanei liberi da malattia».
«Garantire una qualità di vita ottimale, standard di cure e presa in carico globale alle persone con malattie rare metaboliche è un dovere - ha dichiarato la Sen. Paola Binetti, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare per le Malattie Rare - Dal momento in cui offriamo la diagnosi precoce dobbiamo altrettanto garantire l’accesso alle cure, sia che si tratti di bambini, adolescenti o adulti. La comunità scientifica italiana ed europea sta facendo un lavoro enorme e le associazioni di pazienti lavorano insieme per ottenere obiettivi comuni. Questo è davvero importante, non possiamo che rispondere offrendo tutta la nostra collaborazione per fare network, lavorando insieme per migliorare le cose. Anche in questo particolare periodo storico, dove le attenzioni e le risorse sono principalmente dedicate al Covid, non dobbiamo dimenticare che vi sono persone con patologie pregresse e rare e, in quanto tali, meritano la giusta e necessaria attenzione. La ricerca, come del resto l’innovazione, devono continuare ad andare avanti».

Una patologia ad alta complessità
«La terapia salvavita per i pazienti è rappresentata da una dieta a bassissimo contenuto di proteine: niente carne, pesce, uova o derivati del latte. Si tratta di un regime alimentare strettamente controllato integrato con alimenti a fini medici speciali, con i conseguenti problemi che ne conseguono a livello di aderenza terapeutica. Le grandi restrizioni e scarsa palatabilità degli integratori possono rappresentare un ostacolo all’aderenza terapeutica specie in adolescenza. Per questo è fondamentale che ai pazienti e alle loro famiglie sia garantita una presa in carico corretta e globale, compreso un accompagnamento educativo e psicologico per le famiglie».
«Il paziente PKU deve essere preso in carico necessariamente da una equipe multidisciplinare che garantisca una corretta presa in carico che va dal controllo dei livelli di fenilalanina nel sangue al follow up neurologico, dalla modulazione della dieta al supporto psicologico. Per questo motivo è fondamentale che i Centri abbiano risorse dedicate e standard nazionali. Peraltro ancora più necessari oggi che ci apprestiamo ad accogliere una nuova terapia di sostituzione enzimatica che è da poco disponibile per i pazienti PKU adulti che non hanno un adeguato controllo dei valori di fenilalanina nonostante la dietoterapia». Terapia che dunque in alcuni pazienti permetterà un controllo ottimale dei valori della fenilalanina e nella maggior parte di questi casi anche la libertà da una dieta estremamente restrittiva.

L’adolescenza e i problemi di aderenza
«I problemi di aderenza terapeutica solitamente iniziano con l’adolescenza - ha dichiarato Alberto Burlina, Direttore dell’Unità Operativa Complessa Malattie Metaboliche Ereditarie presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova - I pazienti con livelli incontrollati di fenilalanina nel sangue mostrano sintomi piuttosto gravi come stato confusionale, riduzione della concentrazione, scarsa attenzione, ansia, irritabilità, deficit di memoria, mal di testa. È dunque fondamentale accompagnare gli adolescenti e le famiglie nel cambiamento. Ai pazienti adulti deve essere garantita una presa in carico altrettanto globale, attraverso le diverse specialità necessarie (dalla ginecologia per le giovani donne che vogliono affrontare una gravidanza all’endocrinologo, dal gastroenterologo al medico dello sport) che devono comunque essere coordinate da un metabolista in grado di avere il quadro generale».
«I Centri per adulti sono una realtà in pochissimi casi - ha spiegato Manuela Vaccarotto, portavoce delle sei principali associazioni di pazienti italiane dedicate alle PKU - e non esiste un protocollo dedicato alla transizione, momento delicatissimo per la vita delle persone con PKU. C’è bisogno di risorse dedicate alla strutturazione dei nuovi Centri, ma anche i Centri pediatrici in alcuni casi vertono in situazioni precarie. È fondamentale che questo si sappia: per le persone con PKU e con malattie metaboliche ereditarie (MME) sono necessari non solo standard nazionali diagnostici ma anche di presa in carico globale. C’è bisogno di uniformare i diritti dei pazienti, in termini di accesso alle cure ma anche agli alimenti a fini medici speciali, ancora troppo diversi tra Regione e Regione. C’è bisogno di un network che permetta ai pazienti di potersi spostare agevolmente, in Italia e in Europa, con la certezza di poter accedere ai Centri di riferimento in caso di bisogno. E c’è una fortissima necessità di formazione sul tema delle MME: formazione universitaria dedicata agli specialisti che oggi più che mai devono conoscere la PKU e le molte altre patologie che oggi è possibile diagnosticare».

Fare tesoro dei Centri di riferimento
«Le istanze delle associazioni devono essere ascoltate attentamente così come dobbiamo fare tesoro della grande esperienza dei maggiori Centri di riferimento. Le necessità indicate in questa sede da parte delle Associazioni pazienti, devono trovare, ove possibile, la giusta risposta anche all’interno del Parlamento. La concretizzazione di un network europeo potrebbe rappresentare un punto di svolta per le persone con PKU, consentendo loro di potersi muovere liberamente, per motivi di studio o lavoro, senza essere eccessivamente condizionate dalla patologia. È senza dubbio fondamentale porre uno sguardo all’Europa ma è anche importante migliorare la condizione di questi pazienti all’interno del territorio nazionale; sono certa che una volta approvato il Testo Unico sulle Malattie Rare, sul quale sono impegnata in prima linea come Relatrice, le persone con PKU e tutte le persone con malattia rara potranno fare affidamento su uno strumento in grado di rispondere alle loro necessità ed esigenze”.
Le associazioni AISMME-Associazione Italiana Sostegno Malattie Metaboliche Ereditarie Aps (Veneto), AMEGEP Domenico Campanella OdV (Bari), AMMEC-Associazione Malattie Metaboliche Congenite ONLUS (Toscana), APMMC-Associazione Prevenzione Malattie Metaboliche Congenite (Lombardia), Cometa ASMME-Associazione Studio Malattie Metaboliche Ereditarie (Veneto) e IRIS Associazione Siciliana Malattie Ereditarie Metaboliche Rare si sono costituite, grazie al supporto di Osservatorio Malattie Rare, in un gruppo di lavoro che ha permesso di presentare le proprie istanze in maniera unitaria e rappresentando di fatto pazienti e famiglie dal Veneto alla Sicilia.


Radiazioni ionizzanti: quanto ne sa la popolazione? Lo studio RadIoPoGe

Lo studio multicentrico nazionale RadIoPoGe, condotto grazie al contributo scientifico della Federazione delle Associazioni Scientifiche dei Tecnici di Radiologia FASTeR, prova a dare una risposta

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Un totale di 2866 persone è stato intervistato in 9 Regioni italiane (Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Puglia, Calabria, Sardegna e Sicilia) tramite un questionario informatizzato, per raccogliere dati preziosi sulla consapevolezza del cittadino medio in merito alle radiazioni ionizzanti.
Il progetto, nato dalla collaborazione tra il Consiglio Nazionale Delle Ricerche CNR di Pisa, la Università di Pisa e Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana AOUP e il gruppo DoseTeam4you, ed è stato condotto grazie al contributo scientifico della Federazione delle Associazioni Scientifiche dei Tecnici di Radiologia FASTeR e quello economico della Federazione Nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP, nonché di MEDITEC.
«I risultati ottenuti - si legge nel comunicato della FASTeR - dimostrano la necessità di diffondere il più possibile informazioni utili circa un tema così importante, soprattutto in considerazione del recente D.Lgs 101/2020, attuazione della direttiva 2013/59/Euratom, che stabilisce le norme fondamentali di sicurezza per la protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti. Dai risultati è infatti emerso che, nonostante il ricorso alla diagnostica radiologica sia sempre più frequente, a esso non si accompagna un’adeguata consapevolezza delle caratteristiche e dei rischi legati alle diverse procedure. Poco meno della metà degli intervistati (43%) dimostra di non sapere che la risonanza magnetica è priva di radiazioni ionizzanti; il 30% e il 46% ritiene erroneamente che la tomografia computerizzata (TC) e la mammografia siano esami radiologici che non espongono il paziente a radiazioni ionizzanti».
«Circa la metà degli intervistati non è a conoscenza del fatto che i bambini sono soggetti a un rischio maggiore di sviluppare patologia radio-indotta, se sottoposti a esami radiologici che utilizzano radiazioni ionizzanti. Quando viene richiesto di quantificare la percezione di pericolo derivante dal sottoporsi a esami radiologici, tuttavia, oltre il 60% delle persone dichiara di ritenerlo abbastanza o molto pericoloso, mentre il 44% degli intervistati afferma di non avere conoscenze sufficienti in merito ai rischi delle radiazioni».
«Tutti i risultati sono stati pubblicati in un volume la cui realizzazione è stata curata - conclude la FASTeR - oltre che dal dottore Fabio Paolicchi (AOUP) e dai dottori Luca Bastiani e Massimo Martinelli (CNR di Pisa), anche dalla dottoressa Roberta Gerasìa (IRCCS-ISMETT), Co-coordinatrice del Comitato Scientifico di FASTeR. Tra gli autori figurano, inoltre, la dottoressa Patrizia Cornacchione (Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS), Vicepresidente di FASTeR, e la dottoressa Chiara Martini (Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma), referente TC del Comitato Scientifico di FASTeR.


Un podcast racconta l’autolesionismo: storie di ragazze interrotte, dalle ferite alla rinascita

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Per la giornata mondiale ‘Self-injury Awareness Day’, pubblichiamo ‘Niente più cicatrici’, di Sara Sartori: un racconto in prima persona, un’immersione nel mondo interiore di due giovanissime che hanno sofferto e poi curato le proprie ferite grazie a un profondo percorso terapeutico. E un’intervista alla neuropsichiatra che le ha aiutate.

“La prima volta è stato un graffio, fatto quasi senza pensarci. Avevo trovato un modo per dire: ecco, io sto soffrendo”.
Angela e Franca non si conoscono, ma hanno entrambe appena 13 anni quando iniziano a ferirsi. Sole, chiuse in bagno, di nascosto. Spesso quando i genitori sono fuori, senza che ci sia ogni volta una precisa causa scatenante.
Gesti inizialmente inconsapevoli che a poco a poco diventano rituali. Parliamo di autolesionismo, atti compiuti con l’intento di farsi male e affrontare il dolore dell’anima. Un rituale che dà al tempo stesso dipendenza, sicurezza e la momentanea illusione di sentirsi meglio, di emergere dal buio. Un autolesionismo che spesso include anche gravi disturbi alimentari.
I corpi sotto assedio di Angela e Franca diventano il diario esteriore del male che provano dentro, il campo di una battaglia che le conduce entrambe, poco più che tredicenni, a tentare il suicidio. Questo è il loro racconto.

Niente più cicatrici
Nell’audio documentario ‘Niente più cicatrici’ ascoltiamo le voci di Angela e Franca, raccolte da Sara Sartori, giornalista e autrice radiofonica, in collaborazione con la dottoressa Arianna Terrinoni, dirigente medico nel reparto di Neuropsichiatria Adolescenti dell’Ospedale Policlinico Umberto I di Roma, che ha seguito e sostenuto le due ragazze nei loro percorsi di guarigione.
Un podcast che racconta in prima persona, con sensibilità, cos’è l’autolesionismo, fenomeno in crescita che sempre più spesso conduce i giovanissimi a ricercare la morte.
Ma le voci di Angela e Franca ci dicono soprattutto come entrambe, oggi, possano raccontare quel che hanno attraversato da una prospettiva diversa, raggiunta dopo aver fatto un profondo percorso di terapia durato diversi anni, grazie all’aiuto di specialisti fra i quali la dottoressa Terrinoni, che ci spiega: “Angela arriva in reparto ricoverata d’urgenza a soli 13 anni e mezzo, con una prima diagnosi di grave disturbo d’ansia. Anche Franca è ancora una bambina quando viene ricoverata per tentato suicidio, ma in un’altra struttura. E quando ne ha 17, viene portata nel mio studio per iniziare una nuova terapia.”
“Quando ho parlato con la dottoressa Terrinoni della mia idea di fare questo audio documentario - racconta l’autrice del podcast, Sara Sartori - lei ha individuato queste due pazienti poiché le riteneva in grado di esporsi e raccontare con la giusta distanza il loro trascorso, anche perché ne sono ormai fuori. E quando ho incontrato Angela e Franca, mi sono resa conto che per loro era molto naturale parlare di ciò che avevano attraversato. La cosa che mi ha colpito è che entrambe fossero consapevoli del fatto che queste cose possono succedere a tutti, che non ci deve essere un tabù. Parlarne era per loro anche una forma di riscatto, come dire “Ecco, io esisto”. Per questo non ci sono esperti o narratori, volevo renderle completamente protagoniste, volevo provare a fare immergere l’ascoltatore nel loro mondo. Le storie di queste due ragazze ci accompagnano in riflessioni e pensieri che sembrano indicarci una strada da percorrere”.
Come è stato per Angela e Franca, tantissimi adolescenti hanno bisogno di aiuto e assistenza specialistica, ma in tutta Italia ci sono solamente fra gli 80 e i 92 posti letto di Neuropsichiatria infantile e adolescenziale. Molte Regioni non li hanno proprio e si appoggiano ai reparti di pediatria o, peggio ancora, ai reparti psichiatrici per adulti.
Lo stesso Ospedale Policlinico Umberto I di Roma è in attesa da quattro anni che venga finalmente reso operativo il nuovo reparto di Neuropsichiatria Adolescenti, già esistente ma ancora chiuso, con il quale si potrebbero aggiungere otto posti letto agli otto già operativi.
Angela oggi ha 21 anni e, come sentiamo nel podcast, ama molto cantare. Franca di anni ne ha 19, si è trasferita negli Stati Uniti e vuole diventare medico. Entrambe seguono tuttora una terapia di supporto, ma stanno bene e possono raccontarlo.
Perché uscirne è possibile se si viene curati e per questi ragazzi e ragazze in difficoltà c’è un modo per costruirsi un futuro. L’importante è trovare la terapia giusta. Il reparto di Neuropsichiatria Adolescenti dell’Ospedale Policlinico Umberto I di Roma, ogni anno aiuta decine di giovani ad affrontare questi disturbi.

Professoressa Terrinoni come aiutate questi ragazzi ‘fragili’? Che tipo di terapia avete scelto?
“Per questa tipologia di pazienti diamo indicazione e adottiamo la DBT-A (Dialectical Behavoiur Therapy for Adolescents), la più usata nei casi di autolesionismo. Il paziente viene inizialmente ‘addestrato’ a seguire comportamenti non disfunzionali che lo inducano a contrastare l’impulso che lo spinge a farsi male. Il format standard è una terapia individuale con il ragazzo accompagnata da quella di gruppo multifamiliare. Per noi l’obiettivo è mettere il giovane paziente in una situazione di protezione e sopravvivenza imparando a riconoscere le sue emozioni, successivamente se lo vorrà potrà seguire anche altri percorsi psicoterapeutici”.

Quali sono i fattori di rischio in questo tipo di patologia? Come accorgerci che l’adolescente sta male?
“Sono malattie subdole e aspecifiche, spesso difficili da riconoscere. Tutte le condotte autolesive costituiscono un serio segnale d’allarme e possono essere o non accompagnate da alterazioni dell’umore improvvise o da un mancato controllo delle emozioni, come dell’impulsività. Ma anche un declino scolastico o un progressivo ritiro sociale vanno tenuti d’occhio”.

A volte i genitori non si accorgono delle condotte autolesive
“Spesso i ragazzi nascondono sapientemente il loro corpo con magliette a maniche lunghe in piena estate o con elastici o bracciali sui tagli. Tengono in posti segreti della stanza strumenti contundenti o lasciano pigiami o lenzuola con macchie di sangue. Tutto va osservato e potrebbe essere un indizio di un attacco al corpo. I ragazzi in questa condizione si chiudono a lungo in bagno e rifiutano qualsiasi tipo di incursione dei genitori nelle loro camere”.

C’è una definizione scientifica di questo attacco al corpo. In fondo anche nei disturbi alimentari si aggredisce il proprio corpo non mangiando o mangiando troppo
“Nel 1990, lo psichiatra italo-americano Armando Favazza definì le condotte autolesive (Self-Injurious Behaviour, oggi NSSI) come atti distruttivi e intenzionali rivolti verso diverse parti del corpo, senza intento suicidario. Possono essere distinte in forme dirette, ad esempio, attraverso una lametta o un coltello, oppure in indirette mediante abuso di sostanze o farmaci. Anche il vomito autoindotto può far parte di queste”.

Come fate a conquistarvi la fiducia di questi ragazzi che spesso vogliono nascondersi?
“Non li giudichiamo. Accettare il sintomo è parte della cura. Se un ragazzo resta completamente in silenzio durante la visita, cerchiamo di fargli capire che siamo lì per aiutarlo, che lui/lei non è una perdita di tempo. È il suo punto di vista che ci porta, ed è un momento che va onorato. Ci capita così di aprire lentamente un varco e di riuscire a dialogare dopo lunghi silenzi”.

Covid ha peggiorato le cose o ha solo portato a galla problemi già presenti?
“Il coronavirus è sicuramente stato un potente acceleratore e ha anche peggiorato alcune situazioni. La prima ondata è stata meno problematica. Molti ‘ritirati sociali’ erano molto felici di stare a casa, ma tanti ragazzi lentamente non hanno accettato la mancanza di socialità. Il secondo lockdown è stato molto più pesante. Gli adolescenti hanno bisogno di regolatori mentali, quindi la famiglia, le relazioni, le associazioni sportive, che aiutano i ragazzi a costruirsi le giornate e a strutturarsi. Il Covid li ha strattonati dentro ritmi nuovi e alterati, ha abbassato ancora di più le aspettative per il futuro, è aumentata la precarietà e l’incertezza, e per molti quelli più vulnerabili c’è stato anche il problema di una minore possibilità di accesso alle cure”.

Come si strutturano le giornate dei ragazzi nel vostro reparto?
“In genere i pazienti arrivano tramite il pronto soccorso al nostro reparto dopo un episodio di autolesionismo o in caso di un TS o di un’acuzie psichiatrica. Cerchiamo di favorire le loro risorse personali che saranno il terreno per una cura. In genere un ricovero dura una media di 15 giorni. Le loro giornate sono scadenzate da varie attività perché non li trattiamo solo come pazienti. Restano innanzitutto adolescenti. Seguono le lezioni scolastiche, vanno in biblioteca, fanno esercizio fisico e vanno anche in piscina. Poi ci sono le passeggiate nel quartiere, i giochi con la Wi e, seguiti da un operatore, possono navigare in rete. Nascono amicizie a volte profonde. Ma ci sono anche le crisi, impetuose, protratte; i momenti difficili. In ogni caso cerchiamo di creare un’alleanza con i ragazzi”.

Fra i problemi nei casi di autolesionismo c’è quello dell’emulazione
“È spesso un fattore di innesco a cui bisogna fare attenzione ed è un effetto che conosciamo bene anche in reparto. Se arriva un ragazzo che si taglia sappiamo che potrebbe influenzare seriamente anche gli altri. Cerchiamo di spiegare ai ragazzi il pericolo di questi gesti, ma sempre con un approccio non giudicante”.

In questo tipo di disturbo psichico si parla molto di familiarità
“C’è una componente genetica, una maggiore vulnerabilità biologica, ma non è solo questo. Contano diversi fattori e in modo particolare l’ambiente in cui il ragazzo vive. Se al bambino non viene fornito un corretto rispecchiamento emotivo, tra lui e l’ambiente si innescheranno disfunzioni sempre maggiori fino alla strutturazione di un vero disturbo psichico. Anche i traumi hanno un ruolo importante. Va inoltre ricordato che gran parte delle malattie psichiatriche esordiscono proprio in adolescenza. Prima si accede alle cure e prima si può sempre gestire questa malattia”.

Quando un ragazzo cerca di togliersi la vita o si provoca volontariamente una lesione si parla spesso di atto dimostrativo. Cosa ne pensa?
“Secondo la mia opinione non esistono atti dimostrativi. Spesso quando gli adulti catalogano in questo modo un episodio di questo tipo, il ragazzo lo ripete e si danneggia anche di più. Bisogna fare attenzione e interpretare queste azioni comunque come un bisogno autentico di attenzione. Non vanno sottovalutate. Bisogna stare accanto a questi adolescenti curarli e sostenerli in un momento critico della loro vita”.

Si parla molto anche dell’effetto dei social su questi gesti
“In passato si diceva che i giovani self-harmer emulassero gli emo, per il loro look particolare, o volevano identificarsi con un Johnny Depp o una Amy Winehouse. La malattia psichiatrica, il personaggio sopra le righe, il ‘dannato’, hanno sempre avuto un fascino perverso sui ragazzi. Oggi la rete offre di tutto: grandi opportunità ma anche modelli ‘sbagliati’ da seguire, strade pericolose. Gli adulti devono monitorare tutto questo, incuriosirsi con loro verso questo mondo sconosciuto. Gli adolescenti non vanno dimenticati nelle loro stanze, perché la rete può essere insidiosa”.

Come aiutate i genitori?
“I genitori vanno educati e supportati. Va data loro una restituzione diagnostica e fornite tutte le informazioni sull’utilità dei farmaci che restano comunque sempre una cornice della cura. Devono interpretare l’atto autolesivo del figlio secondo molteplici significati. Può rappresentare un’autopunizione del ragazzo, l’incapacità di tollerare gioia o tristezza o semplicemente, l’impossibilità di fare i conti con la noia. È difficile fronteggiare il vuoto in una società in cui tutto è organizzato. Spesso svincolarsi dall’infanzia e crescere può causare un grande disorientamento. Quando un adolescente tenta il suicidio lo fa perché ambisce forse a una seconda vita o a un’altra possibilità. Devono capire che possono immaginare un futuro possibile anche nelle loro vite. Inoltre va combattuto il fascino del disturbo mentale. L’identità negativa dà uno stigma ma può dare comunque una forma: è attraente sì ma alla lunga è solo distruttiva”.


Gli attacchi di panico: sintomi, cause… e risoluzione

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Gli attacchi di panico sono episodi di intensa angoscia che compaiono d’improvviso, senza apparenti motivi né spiegazioni. Si manifestano con tachicardia, senso di soffocamento, tremori, sudorazione, vertigini, una terribile paura di perdere il controllo, impazzire o morire. Sono segnali neurovegetativi che vengono inizialmente percepiti come sintomi di rilevanza medica, tanto che a volte, in preda a un attacco di panico, ci si rivolge al Pronto Soccorso, nel timore che si tratti di un infarto o una condizione fisica che possa rappresentare un pericolo per la salute o la vita.

In realtà questa costellazione di sintomi chiamata attacco di panico ha un’origine psicologica, spesso conseguente a pregressi stress e sovraccarichi emotivi, traumi.
La difficoltà nella mentalizzazione ed elaborazione di vissuti difficili fa sì che sia il corpo a dare un messaggio d’allarme che ancora il pensiero non recepisce.
L’angoscia di origine psichica alza la voce sotto forma di angoscia somatica e si pone in primo piano con urgenza e fuori dal controllo razionale. Infatti, dopo le prime volte in cui l’attacco di panico compare e poi svanisce, il soggetto sa che non morirà, ma nonostante questo avvertirà ogni volta la stessa paura, come si trattasse di qualcosa di indipendente da sé.
Si tratta del circolo vizioso della paura di aver paura: allo stimolo (entrare in macchina in autostrada, trovarsi da soli in un negozio o in situazioni dalle quali non sarebbe possibile uscire senza sentirsi in imbarazzo o ricevere un aiuto) si assocerà l’immagine di una sensazione angosciosa che anticiperà la risposta, provocandola.
Questo avviene in modo indipendente dalle spiegazioni e dalle rassicurazioni, apparendo incontrollabile.

Le cause degli attacchi di panico
Il controllo è una tematica centrale parlando di attacchi di panico.
Spesso infatti gli attacchi di panico rappresentano un’espressione sintomatica e un momento di rottura, proprio nella vita di persone che agiscono e appaiono come persone “forti”, efficienti, responsabili e che sono rassicurate dalla percezione di avere il controllo.
Il ripetersi di attacchi di panico fa venire meno la sensazione di sicurezza, di conoscere sé stessi, di avere in mano le redini della propria vita.
Le cause del comparire degli attacchi di panico possono essere un trauma, singolo o ripetuto, un passaggio evolutivo importante che rende più fragili, una separazione, un abbandono, emozioni non abbastanza espresse e ascoltate, parti di sé a cui non è stato dato spazio a causa di relazioni difficili o assetti di vita complessi: eventi o passaggi destrutturanti per un senso di identità che poggia su basi forse non più solide, attuali o funzionali, e che vanno comprese, rinarrate e rinforzate.
Spesso il sintomo compare a distanza di tempo da questi avvenimenti, quando tutto sembra tornato alla norma. È proprio allora che le emozioni possono iniziare a venire a galla, lo stress ad allentarsi lasciando scoperti detriti, un po’ come quelli che si trovano a riva dopo una mareggiata.

Che fare?
Il persistere degli attacchi di panico porta alla sensazione di non poter essere più autonomi, di non poter fare più niente da soli.
Questo riconduce a una dimensione infantile di dipendenza e di paura ancestrale, che ci dà un’indicazione su dove guardare. Verso il bisogno di essere accolti e sostenuti, di accogliere noi stessi le nostre parti più fragili.
Da qui si riparte.
L’allarme che gli attacchi di panico rappresentano dà l’indicazione della necessità di un cambio di rotta. Occorre ascoltarla e iniziare un lavoro di chiarificazione e di ricostruzione. Questo può avvenire all’interno di un buon percorso di psicoterapia. Il supporto della relazione terapeutica è fondamentale per individuare cosa della propria storia ha portato alla situazione attuale e, non solo poter individuare delle strategie per gestire il panico, ma lavorare in modo curativo sui motivi che l’hanno determinato.
A partire dalla condivisione, esplorazione e significazione del sintomo del panico, il percorso di psicoterapia può aiutare a vedere come la sua comparsa permetta di aprire nuovi spazi di costruzione del sé, mettere in circolo nuove energie, ricostruire con nuovi assetti.


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