Rivista di formazione e aggiornamento di pediatri e medici operanti sul territorio e in ospedale. Fondata nel 1982, in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri.

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a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

Antibiotici, meno super-batteri con trattamenti più brevi

Sport. Mezzogiorno “sedentario”, a pagare sono soprattutto i minori

Incongruenza di genere, adolescenti in crisi fra ormoni e sentimenti. Serve una psicoterapia mirata

Influenza, vaccino spray sicuro anche per i bambini con asma

Tumori: sviluppato modello predittivo che evita la biopsia nei bambini

Quadruplicata la sopravvivenza dei bambini nati alla 22/ma settimana

SOS adozioni: tra pandemia, guerre e burocrazia per le coppie che sognano una famiglia è sempre più difficile

Balbuzie, ne soffre il 17% dei bambini

Giornata Mondiale Autismo. “Per non lasciare nessuno dietro”

Permessi dal lavoro e alloggi per i genitori dei bambini ricoverati in ospedale

Figli e lavoro. Governo approva nuove norme per congedi di madre e padre e per le indennità di maternità per lavoratrici autonome

Giornata Mondiale della Salute 2022. OMS: “Salvare il pianeta per salvare la nostra salute”


Antibiotici, meno super-batteri con trattamenti più brevi

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Nei bambini con polmonite, dimezzare la durata del trattamento con antibiotici non fa perdere efficacia alla cura ma riduce il rischio di sviluppare antibiotico-resistenza.
È quanto emerge da uno studio della Yale School of Public Health pubblicato su mBio.
“Definire la durata ottimale della terapia antibiotica per la polmonite pediatrica è stata un’area prioritaria per la ricerca.

Studi recenti hanno dimostrato che 5 giorni possono essere efficaci quanto 10 giorni di terapia per le forme non complicate”, spiegano i ricercatori, che hanno valutato gli effetti di questo approccio su 171 bambini tra i 6 e i 71 mesi curati per una polmonite in otto ambulatori pediatrici americani. Tutti hanno ricevuto la prescrizione di comuni antibiotici (per esempio amoxicillina o l’associazione amoxicillina-acido clavulanico). Tuttavia la metà è stata curata con un ciclo più lungo (10 giorni), l’altra un ciclo di trattamento breve (5 giorni).
I ricercatori hanno osservato che, a parità di efficacia del trattamento, i bambini che avevano ricevuto un trattamento più breve, al tampone della gola, mostravano minori indicatori di resistenza agli antibiotici, per esempio quei geni che fanno acquisire ai batteri la capacità di eludere la risposta ai farmaci. Inoltre, conservavano popolazioni di batteri buoni più abbondanti nell’intestino.
“Nel periodo 2014-2015, in USA sono state effettuate 931.748 prescrizioni di antibiotici per la polmonite in persone di età inferiore ai 20 anni”, scrivono i ricercatori. L’adozione di cicli di trattamento di 5 giorni “potrebbe portare a una riduzione dell’esposizione agli antibiotici di circa 5 milioni di giornate nei bambini statunitensi” con vantaggi “sia per i singoli bambini sia per i membri della comunità in generale”, concludono.

Per approfondire: Iacono A, Troisi A, Marchetti F. La polmonite acquisita in comunità. Medico e Bambino 2021;40(8):515-8. doi: 10.53126/MEB40515.


Sport. Mezzogiorno “sedentario”, a pagare sono soprattutto i minori

La ricerca SVIMEZ e UISP

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Quasi il 50% dei meridionali non pratica sport, contro il 30% nel Centro Nord e appena il 20% delle persone nel Sud fa sport in modo continuativo. E così quasi 1 minore su 3 tra i 6 e i 17 anni è in sovrappeso nel meridione, rispetto ad 1 su 5 nel Centro Nord. La spesa sanitaria si riduce di 97 euro tra chi pratica sport mentre cresce di 52 euro tra i sedentari. I risultati della ricerca “Il costo sociale e sanitario della sedentarietà" presentata a Roma.

Le differenze tra Nord e Sud Italia frenano la diffusione della pratica fisica e sportiva, con conseguenze negative per la salute, la spesa pubblica e lo stile di vita della popolazione. Nel Centro Nord il 42% della popolazione adulta pratica sport regolarmente e il 26,8% saltuariamente. Nel Mezzogiorno le percentuali si invertono: la maggioranza, il 33,2%, pratica sport saltuariamente e appena il 27,2% abitualmente. Un divario che si riflette soprattutto sui minori: se la percentuale di sedentari è del 15% nel Centro Nord, arriva al 22% nel Centro Sud.
Un gap generato non solo dalle disuguaglianze socioculturali, ma anche dalla differente disponibilità di impianti e strutture organizzate nelle diverse regioni del Paese.
E così nel Mezzogiorno diminuiscono le aspettative di vita che rimangono di 3 anni inferiori rispetto a quelle degli adulti centro-settentrionali. Ma non solo, la spesa sanitaria si riduce di 97 euro tra chi pratica sport mentre cresce di 52 euro tra si sedentari.
Questa l’istantanea scattata dalla ricerca “Il costo sociale e sanitario della sedentarietà”, realizzata da SVIMEZ e da UISP, con il sostegno di Sport e Salute spa e presentata a Roma, alla presenza del sottosegretario al Ministero della Salute, Andrea Costa, da Luca Bianchi, direttore di SVIMEZ Tiziano Pesce, presidente nazionale UISP e Vito Cozzoli, presidente di Sport e Salute spa.
Obiettivi: indagare le abitudini sportive degli italiani per verificare la relazione tra attività fisica e sedentarietà, anche rispetto alle condizioni di domanda e offerta nelle diverse regioni italiane, con particolare riferimento al Mezzogiorno; stimare l’impatto economico del fenomeno della sedentarietà sul SSN, attraverso l’impiego di tecniche statistiche ed econometriche e soprattutto incrementare le azioni per la promozione dell’attività fisica e quindi del benessere dei cittadini.
I dati emersi assumono una particolare valenza anche alla luce della recente decisione del Parlamento di avviare l’iter di riforma per prevedere un riferimento dello sport in Costituzione.
“Penso che sia importante fare dell’attività sportiva un livello essenziale di prestazione - ha dichiarato direttore della SVIMEZ, Luca Bianchi - questo significa che dobbiamo introdurre il principio, che dovrà essere un diritto di tutti i bambini, ovunque essi vivano, di avere un minimo garantito di ore di attività sportiva nelle scuole e fuori delle scuole. È quindi decisivo, soprattutto per il Mezzogiorno, riuscire a cogliere appieno l’opportunità delle risorse stanziate dal PNRR, questo consentirà non solo di superare la crisi del settore sportivo acutizzata dalla pandemia, ma soprattutto di ridurre le sperequazioni tra cittadini e territori con l’obiettivo di migliorare lo stato di salute psicofisico della collettività e congiuntamente nel medio e lungo termine di ridurre i costi pubblici e privati connessi a stili di vita sedentari e poco salutari”.
“Investire nello sport significa investire nella nostra comunità - ha detto il Sottosegretario di Stato al Ministero della Salute, Andrea Costa - da parte della politica c’è un’assunzione di responsabilità verso lo sport come vettore di salute. L’emergenza pandemica ci ha rafforzato in questa consapevolezza. Non c’è sport senza salute: raccolgo le istanze che emergono da questa ricerca. C’è bisogno di una nuova e diversa consapevolezza della politica per leggere pratica fisica, sportiva e una salute migliore. C’è bisogno di interventi specifici, al di là di una necessaria e migliore infrastrutturazione di impianti sportivi, con particolare riferimento al Mezzogiorno”.

Ma quali sono i dati emersi?
Quasi la metà dei meridionali non pratica alcuno sport, contro il 30% nel Centro Nord. Per di più appena il 20% delle persone nel Sud fa sport in modo continuativo. Le conseguenze di questo stato di cose sono evidenti: il 12,08% degli adulti meridionali è obeso rispetto a circa il 10% del Centro Nord, quasi un minore su 3 nella fascia tra i 6 e i 17 anni è in sovrappeso nel meridione, rispetto ad un ragazzo su cinque nel Centro Nord.
Mediamente, chi pratica regolarmente attività sportiva, vede ridotta la propria spesa sanitaria di 97 euro mentre i soggetti che non praticano attività sportiva vedono crescere la loro spesa sanitaria di 52 euro. Anche le abitudini e gli stili di vita sono importanti per spiegare la spesa sanitaria delle famiglie: un fumatore spende 87 euro in più l’anno. La crisi Covid ha aggravato la situazione, gli impianti sportivi pubblici penalizzano l’utenza nel Meridione, per questo servono interventi strutturali.

Bambini e ragazzi sedentari al Sud. La pratica sportiva degli adulti mostra però nel complesso una certa omogeneità tra Centro-Nord e Mezzogiorno, rispetto al campione degli under 16 dove emergono le maggiori differenze. È infatti negli under 16 residenti nel Mezzogiorno che compare un considerevole divario nella pratica sportiva agonistica che è pari all’8,6% sul totale degli under 16 intervistati, tre volte inferiore rispetto al Centro Nord (24,8%). Inoltre, il tasso di bambini e ragazzi sedentari al Sud è pari quasi al 22% rispetto al 15% registrato nel Centro-Nord. Infine, la pratica sportiva nei minorenni appare al Sud e nelle Isole molto più saltuaria (24,2%) se non assente.

Le differenze regionali. Le peggiori performance di sedentarietà si concentrano prevalentemente in Sicilia (55,22%) e Molise (53,04%), ma anche in Basilicata, Calabria e Campania si registrano quote di inattivi superiori alla metà della popolazione (poco al di sopra del 51%), valori che scendono invece in Puglia (43,68%) e in Abruzzo e Sardegna con circa il 35% dei sedentari. In alcune Regioni, come la Campania, a ciò si aggiunge un tasso di fumatori del 28,36%, più alto della media meridionale (26,25%). La più bassa quota percentuale di coloro che praticano sport in maniera continuativa è registrata in Campania (16,46%) Sicilia (18,16%), Basilicata e Calabria (circa il 19%).

Tra le ulteriori differenze che vengono alla luce, c’è quella che riguarda la tipologia di un impianto sportivo: nelle regioni settentrionali più di uno sportivo su due utilizza un impianto sportivo di proprietà e/o gestione pubblica; al Sud solo il 37,5% pratica sport in un impianto pubblico, mentre il 62,5% può praticare sport solo in un impianto privato. Un divario inevitabilmente generato da una minore diffusione di impianti sportivi pubblici nelle regioni meridionali e insulari.
Se l’analisi viene condotta a livello regionale, si nota che l’offerta di impianti sportivi pubblici è maggiormente carente in Sicilia, dove la quasi totalità (il 90%) pratica sport in strutture a gestione privata. Le regioni che registrano le quote più basse sono Campania e Sicilia con valori intorno al 23%, seguite da Calabria e Puglia dove la pratica sportiva negli impianti pubblici riguarda circa il 30%.
La ricerca sottolinea come gli investimenti nell’impiantistica sportiva appaiono cruciali per favorire la pratica sportiva, in particolare di categorie di soggetti fragili e a rischio di esclusione sociale, e per incoraggiare e sostenere la pratica sportiva del target più giovane di bambini e ragazzi. In tal senso il coinvolgimento degli Enti pubblici locali e delle sedi territoriali dell’associazionismo sportivo appare fondamentale sia per l’attuazione di tali programmi regionali e la realizzazione di azioni specifiche, sia per la manutenzione di impianti preesistenti e di nuova costruzione.
Infine è proprio a livello locale che appare opportuno attivare un canale permanente di ascolto e monitoraggio dei bisogni e della domanda locale di pratica sportiva, soprattutto delle categorie più fragili, minori, anziani, disabili.

Quali policy di intervento propone lo studio SVIMEZ, UISP e Sport e Salute?
Innanzitutto, rafforzare l’intervento pubblico nel settore dello sport è fondamentale per la produzione di benefici sociali diffusi per la collettività. E lo è altresì per la sostenibilità degli investimenti per l’impiantistica sportiva, in quanto il settore sportivo, soprattutto in relazione agli impianti, è ad alta intensità di capitale e presenta i più bassi indici di redditività nell’economia italiana.
Poi, bisogna scommettere sulla manutenzione degli impianti preesistenti, che è un fattore cruciale per l’erogazione di un servizio di qualità. L’auspicio, in particolare dopo la pandemia, è quello di un ritorno alle pratiche sportive abituali con conseguente aumento degli iscritti e del volume di affari del settore. Inoltre, bisogna lavorare affinché l’intervento pubblico, a partire dalle risorse del PNRR, possa imprimere nuovo slancio al settore, sia per migliorare lo stato di salute psicofisico della collettività che per ridurre al minimo stili di vita poco salutari, soprattutto nelle generazioni più giovani.
“La ricerca dimostra una correlazione tra stili di vita attivi e una pratica fisica e sportiva continuativa, con la possibilità di contenere i costi sanitari e guadagnare in benessere - dice Tiziano Pesce, presidente nazionale UISP - la motivazione è quella di fornire indicazioni rivolte ai decisori pubblici e ai policy maker per incentivare una pianificazione di investimenti nello sport sociale e per tutti e nell’impiantistica sportiva di base, con particolare riferimento al Meridione. A tal riguardo le risorse messe in campo dal PNRR rappresentano un’autentica opportunità”.


Incongruenza di genere, adolescenti in crisi fra ormoni e sentimenti. Serve una psicoterapia mirata

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Indagine sul malessere fisico e psicologico dei ragazzi trans e non-binari. Un grande studio USA indaga cosa fare per migliorare le loro condizioni di vita. E gli psicoterapeuti devono aggiornarsi per imparare a entrare in sintonia con quelli in difficoltà.

L’ultimo numero del Journal of the American Medical Association, il mitico JAMA, una delle più autorevoli riviste mediche al mondo, fondato nel 1883, contiene due articoli dedicati al benessere fisico e psicologico delle giovani persone transgender. Il primo, scritto da Diana Tordoff con il suo gruppo di ricerca, analizza depressione, ansia, pensieri autolesionistici e suicidari in un campione di 104 ragazze e ragazzi statunitensi, transgender e non-binari, tra i 13 e i 20 anni. Le valutazioni sono state effettuate al momento del primo contatto con il servizio clinico e poi a distanza di un anno dalla presa in carico. I risultati mostrano che alla prima valutazione i livelli psicopatologici sono molto alti, mentre, dopo un anno, i giovani che avevano intrapreso le terapie ormonali, messi a confronto con chi non le aveva iniziate, presentavano una riduzione del 60% del rischio di sviluppare una sindrome depressiva e del 73% di avvitarsi in pensieri suicidari.

Gli interventi ormonali non bastano da soli
I risultati di questo studio si inseriscono nell’ampio panorama di ricerche empiriche che dimostrano l’efficacia delle terapie ormonali nel ridurre, nelle giovani persone trans, le sofferenze legate alla disforia di genere. Tuttavia, gli interventi ormonali da soli non bastano. Nello studio di Tordoff il tasso di suicidio, pur ridotto di molto, dopo un anno risultava comunque più alto delle medie generali della popolazione americana. Ciò significa che la presa in carico richiede che vengano affrontati anche altri aspetti, in particolare il “minority stress”, che è l’oggetto del secondo studio pubblicato su JAMA, a cura di Doron Amsalem e collaboratori.

Stigma e depressione
Gli autori hanno concepito una ricerca per rispondere alla domanda: “Un video di 110 secondi di un protagonista transgender che descrive la sua storia di depressione può ridurre la transfobia adolescenziale e lo stigma legato alla depressione?”. E così sono stati reclutati circa 1500 adolescenti ai quali veniva casualmente assegnata la visione di uno fra quattro video, nei quali 1) ragazze adolescenti transgender, 2) ragazzi adolescenti transgender, 3) ragazze adolescenti cisgender, 4) ragazzi adolescenti cisgender raccontavano (uno per video) il proprio modo di affrontare la depressione. I risultati della ricerca mostrano che i giovani cisgender a cui casualmente era capitato il video dei giovani transgender, presentavano una drastica riduzione degli atteggiamenti transfobici e stigmatizzanti. Conclusione: dare una voce e un volto (e non un’etichetta) alle esperienze dei giovani transgender consente agli adolescenti cisgender di sviluppare una posizione empatica nei confronti dei loro coetanei.

Il disagio
Quelli di Tordoff e Ansalem sono due studi importanti. Inquadrano due aspetti fondamentali del disagio vissuto dalle persone trans e non-binarie, due componenti che vanno considerate sempre nel loro intreccio: la disforia, legata a una forte insoddisfazione rispetto al proprio corpo, in particolare alle caratteristiche sessuali primarie e secondarie, su cui intervengono le terapie ormonali; e il “minority stress”, ovvero la sofferenza derivante dall’appartenere a una minoranza colpita e discriminata, che va contrastata su diversi piani: clinici, sociali, culturali.
È impossibile comprendere il dolore mentale (ma, è importante sottolinearlo, si registrano sempre più esperienze trans o non-binarie scevre da sofferenze di rilievo clinico) se non si tengono in considerazione questi due elementi - ormoni e sentimenti - ponderandone di volta in volta il peso specifico.

L’incongruenza di genere
Ricordiamo che quella che un tempo era chiamata sindrome del transessualismo, annoverata tra i disturbi mentali, oggi, più accuratamente descritta come incongruenza di genere, non è più considerata una patologia di per sé, ma, come recita la definizione del Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM-2), “un’esperienza psicologica che può richiedere un’attenzione clinica”. Attenzione legata, soprattutto in bambini e adolescenti, alla doppia traumaticità della percezione dell’incongruenza e del mancato supporto sociale e familiare legato al “minority stress”, fonte di molte sofferenze psicologiche e psichiatriche. I professionisti che lavorano nei servizi clinici spesso si trovano di fronte a quadri molto complessi, in cui il tema del genere è prigioniero di una rete di sintomi, da cui può essere difficile aiutare la persona a districarsi per esplorare i temi identitari. I giovani e le giovani trans, non-binari, o più genericamente confusi rispetto al genere, possono mostrare vulnerabilità a varie forme psicopatologiche. Il ruolo di psicologi e psicologhe, psicoterapeuti e psicoterapeute, è proprio quello di aiutare a orientarsi su sentieri complessi.

L’identità
La letteratura psicoanalitica recente ha messo in luce quanto sia importante per queste persone il riconoscimento, nella mente dell’analista, dei loro sentimenti più profondi legati all’identità. Nella relazione terapeutica uno dei principali bisogni di questi ragazzi è quello di essere visti non come “malati”, ma come “incongruenti”, riflettendo e accogliendo la loro percezione dolorosa di un corpo che non va d’accordo con i loro più profondi vissuti somatopsichici. Un mancato riconoscimento rischia di (ri)traumatizzarli, portarli a rivivere l’esperienza di non essere colti nella propria identità, come spesso è successo con i propri genitori o in altre relazioni importanti. È fondamentale che i clinici sappiano fornire questo riconoscimento, che non comporta una rinuncia all’esplorazione dei significati profondi legati al genere, all’indagine per esempio del peso di esperienze traumatiche nello sviluppo identitario. Ma il riconoscimento è sempre l’ingrediente centrale, senza di esso l’intervento clinico non promuove sviluppo né esito favorevole.

Il terapeuta
Gli ostacoli al riconoscimento possono essere subdoli. Alcune ricerche hanno indagato le reazioni controtransferali di terapeuti cisgender con pazienti transgender: ne è emersa una pletora di concezioni, percezioni ed emozioni non elaborate (per esempio angoscia per le modificazioni corporee, terrore della mutilazione/castrazione) autocentrate e non sintonizzate sui vissuti dei pazienti. Allo stesso tempo, è importante non ideologizzare, in nome di una politically correctness che ha poco a che fare con un atteggiamento terapeutico.
Per questo motivo, è fondamentale anche in Italia diffondere una cultura aggiornata e informata tra i professionisti e le professioniste in psicologia, psicoterapia, pediatria, psichiatria, che, a causa di vere lacune nei percorsi di formazione universitaria e professionale, hanno ancora poche conoscenze su tali argomenti. Il nostro compito come psicoterapeuti è salvaguardare le spinte creative nei percorsi delle identità, creando uno spazio di ascolto e significazione che dia spessore alle necessarie semplificazioni delle etichette di genere.

Dialogare con l’adolescente
Il dialogo con l’adolescente che si scopre trans o non binario deve essere capace di integrare tutti gli elementi, anche i più segreti e accantonati, dell’esperienza interna. Facciamo dunque il nostro lavoro cercando di nutrire il corpo dei significati che i nostri giovani interlocutori attribuiscono alle differenze binarie, lavorando, come direbbe Judith Butler, anche sulla malinconia di ciò che inevitabilmente si perde. Interrogando sempre i cristalli del caleidoscopio identitario sia quando sono troppo solidi sia quando sono troppo liquidi.


Influenza, vaccino spray sicuro anche per i bambini con asma

Non aumenta il rischio di riacutizzazioni della malattia

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Anche i bambini asmatici possono fare il vaccino antinfluenzale spray: secondo uno studio del Vanderbilt University Medical Center di Nashville pubblicato su Pediatrics il vaccino antinfluenzale vivo attenuato a somministrazione intranasale non aumenta infatti il rischio di riacutizzazioni della malattia respiratoria.
“L’asma - scrivono i ricercatori - è considerata una precauzione all’uso del vaccino influenzale vivo attenuato quadrivalente in persone con più di 5 anni a causa del timore di wheezing”, il respiro sibilante causato dal restringimento delle basse vie respiratorie.
La ricerca ha verificato questa preoccupazione in 151 bambini tra i 5 e i 17 anni: la metà ha ricevuto il vaccino spray attenuato e l’altra il vaccino a virus inattivato, cioè ucciso, somministrato per iniezione. I ricercatori non hanno riscontrato particolari differenze tra i due gruppi in termini di peggioramenti dell’asma potenzialmente correlati al vaccino: nel mese e mezzo successivo alla vaccinazione aveva sofferto una riacutizzazione dell’asma il 13% dei bambini che avevano fatto il vaccino spray, contro il 15% di quelli che avevano ricevuto la vaccinazione intramuscolo. La situazione non era diversa se si guardava soltanto ai bambini che soffrivano di forme più severe di asma. Anche il confronto tra i parametri usati per valutare la patologia come il picco di flusso espiratorio non era diversi tra i due gruppi.
Per quel che riguarda le reazioni avverse nelle due settimane dopo l’immunizzazione, il profilo dei due vaccini è risultato sovrapponibile; l’unica differenza è risultata essere una maggiore frequenza di dolori muscolari e mal di gola dopo la vaccinazione nei bambini che avevano ricevuto il vaccino inattivato.
Sulla base di questi dati i ricercatori invitano a riesaminare le attenzioni usate per questa forma di vaccino.


Tumori: sviluppato modello predittivo che evita la biopsia nei bambini

Studio della Rete Oncologica Nazionale

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Nella lotta ai tumori pediatrici è stato sviluppato un modello predittivo che evita la biopsia ai bambini con neuroblastoma. Allo studio della Rete Oncologica Nazionale (ACC) del Ministero della Salute, hanno partecipato il Policlinico Gemelli e l’ospedale pediatrico Bambino Gesù, entrambi associati.

La radiomica - interpretazione quantitativa di bioimmagini tramite l’utilizzo di software specifici - si conferma dunque anche ricerca pediatrica, finalizzata al miglioramento della qualità del percorso diagnostico e terapeutico dei piccoli pazienti.
Il Working Group di Radiomica di Alleanza Contro il Cancro, gruppo di lavoro della Rete Oncologica Nazionale fondata dal Ministero della Salute, ha infatti sviluppato, nell’ambito di uno studio congiunto che coinvolge ricercatori della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù un modello predittivo per il neuroblastoma, il tumore solido extracranico più frequente nei bambini diagnosticata prima del sesto anno di vita nel 90% dei casi, con un’incidenza di circa 1/70.000 nella popolazione di riferimento.
Per definire il corretto iter diagnostico-terapeutico di questa malattia, è fondamentale studiarne specifici biomarcatori tissutali che ne descrivono aspetti biologici chiave, come l’amplificazione dell’oncogene MYCN. Queste procedure di caratterizzazione sono generalmente eseguite utilizzando frammenti di tessuto tumorale, ottenuti mediante biopsie.
«Per affiancare la diagnostica tradizionale e ridurne l’invasività, ove possibile, è stato realizzato un modello radiomico che consente di predire l’esistenza di alcune mutazioni del tumore, utilizzando le immagini TAC di stadiazione di malattia» spiega Luca Boldrini, coordinatore scientifico del WG Radiomica di Alleanza Contro il Cancro. «Queste immagini - prosegue - vengono sempre acquisite nella fase diagnostica in avvio del percorso di cura del piccolo paziente e la loro analisi radiomica ci consente di trarne il massimo vantaggio, potenzialmente accelerando i tempi e riducendo anche i costi della fase diagnostica. Il modello predittivo che abbiamo realizzato grazie al grande lavoro dei colleghi del Dipartimento di Diagnostica per Immagini e del Dipartimento di Oncoematologia, Terapia Cellulare, Terapie Geniche e Trapianto Emopoietico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù rappresenta il primo contributo di ricerca europeo su questa tematica e s’inserisce in un ambito di grande innovazione a livello mondiale».


Quadruplicata la sopravvivenza dei bambini nati alla 22/ma settimana

Il 30% torna a casa con mamma e papà, era il 7% dieci anni fa

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Per i bambini che nascono molto prematuri le probabilità di sopravvivere non sono altissime, ma sono cresciute notevolmente negli ultimi 10 anni: se ricevono cure avanzate, oggi riesce a farcela il 30% dei neonati nati a 22 settimane e il 55,8% di quelli nati a 23 settimane.
A riferirlo è uno studio americano pubblicato su JAMA, che ha esaminato gli esiti di 10.877 bambini nati a 22-28 settimane di età gestazionale tra il 2013 e il 2018 in 19 Centri medici universitari degli USA.
L’analisi ha mostrato che nel complesso il 78,3% dei bimbi nati estremamente pre-termine (prima, cioè, della 28/ma settimana di gestazione) è sopravvissuto fino alla dimissione, in aumento rispetto al 76% della precedente rilevazione effettuata nel periodo 2008-2012.
L’aumento della sopravvivenza ha riguardato soprattutto i neonati più prematuri: il 30% dei bimbi nati a 22 settimane oggi può tornare a casa con mamma e papà, nella precedente rilevazione solo il 7% riusciva a farcela. Il dato sale ulteriormente al 55,8% per i nati a 23 settimane di gestazione, che nella pretendete rilevazione erano il 32%.
Questo risultato, spiegano i ricercatori, “può essere attribuito a molteplici fattori, incluso il miglioramento dei protocolli di trattamento nei Centri medici partecipanti”.
Nonostante l’aumento delle probabilità di sopravvivere, nascere così precocemente comporta spesso problemi di salute per i bambini. Un follow-up a 2 anni ha mostrato che l’8,4% dei bimbi nati tra la 22^ e la 26^ settimana di gravidanza aveva una paralisi cerebrale da moderata a grave, l’1,5% aveva perso la vista in entrambi gli occhi, il 2,5% aveva bisogno di apparecchi acustici o impianti cocleari e il 15,4% aveva bisogno di ausili per la mobilità come plantari, tutori, deambulatori o sedie a rotelle, 49,9% era stato costretto a ricoveri ospedalieri.
Il 48,7% non presentava una compromissione dello sviluppo neurologico o comunque aveva un problema lieve, tuttavia nel 29,3% lo sviluppo neurologico era moderatamente compromesso e nel 21,2% dei casi la compromissione era grave.


SOS adozioni: tra pandemia, guerre e burocrazia per le coppie che sognano una famiglia è sempre più difficile

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I dati del CIFA, uno degli Enti più grandi e più longevi che si occupano di questa procedura, parlano di un calo di oltre l’85% in dieci anni. Mentre in Italia l’adozione è ancora considerata la scelta di serie B, nel mondo ci sono almeno 140 milioni di orfani in attesa di una mamma e un papà.


Allarme rosso: le coppie non adottano più bambini e molti Enti rischiano di chiudere i battenti. È il quadro raccontato dai dati nudi e crudi sulle adozioni internazionali (precipitate dell’85% in dieci anni) e dai protagonisti di un mondo che un tempo vedevamo in crescita. “Non so quanto sopravviveremo - ammette Gianfranco Arnoletti, presidente del CIFA, uno degli Enti più grandi e più longevi fra quelli autorizzati dal governo -. Un tempo facevamo almeno 300 adozioni internazionali l’anno, ora non arriviamo a 50”.

I dati sulle adozioni internazionali parlano di un calo dell’85% negli ultimi 10 anni.


All’inizio ce lo spiegavamo con la crisi economica, quella del 2008, che aveva già dimezzato la disponibilità delle coppie ad adottare un bambino senza famiglia. Poi il governo ha fornito aiuti e sgravi fiscali (non molti a dire il vero), e allora qualcuno ha dato la colpa allo sdoganamento delle pratiche di maternità surrogata, agli ‘uteri in affitto’. Adesso c’è la guerra. Ma resta ferma una verità: mentre la nostra società invecchia e non fa abbastanza figli per sopravvivere oltre qualche decennio, nel mondo ci sono 140 milioni di orfani, 3 milioni dei quali stanno in un istituto: sono 10mila i bambini che ogni giorno perdono almeno un genitore per guerre, siccità, povertà, catastrofi naturali. E la contraddizione è anche economica: se una delle 5 milioni di coppie italiane senza figli accede alla fecondazione assistita, sarà interamente rimborsata dallo Stato. Se invece adotta un bambino, solo dopo anni avrà l’aiuto dello Stato e solo per coprire il 50 per cento delle spese. L’adozione, dunque, è ancora considerata una scelta di serie B.

La cavalcata
Certo, il percorso non è né facile né del tutto prevedibile. Bisogna avere molta pazienza ed essere disposti a mettersi in discussione. Un anno circa per avere l’idoneità dal proprio Tribunale dei minori (che si ottiene dimostrando di avere le caratteristiche psicologiche, fisiche ed economiche per affrontare l’avventura) e altri 2-4 anni per arrivare all’adozione vera e propria. Il problema è che dal momento dell’abbinamento a un bambino (che avviene tramite l’Ente autorizzato a cui rivolgersi dopo l’idoneità) comincia un’attesa che per gli aspetti emotivi assomiglia a una gravidanza e che per i tempi, invece, è assai meno certa. Con una differenza sostanziale: nell’adozione mamma e papà sono alla pari, entrambi “incinti” allo stesso modo. E per la coppia - come tutti raccontano - è un’esperienza unica e irripetibile.

Il calo
Il 2021 si è chiuso con 563 adozioni internazionali in Italia, la maggior parte delle quali in Bolivia e Brasile (vedi il grafico). Per avere un’idea: vent’anni fa erano state più di 8mila. Poi la lunga discesa fino alle 165 pratiche concluse dal gennaio 2022 ad oggi. Fra le cause del calo di adozioni, molte non dipendono da noi. La Cina, per esempio, ha sospeso le pratiche dall’inizio del Covid e i 126 bambini che avrebbero dovuto arrivare, restano intrappolati negli orfanotrofi. Stessa cosa per le coppie che avevano già avviato le richieste e che erano in attesa dell’abbinamento a un bambino cinese. “La Commissione del governo ha scritto molti appelli alle autorità cinese - dice la dirigente del CAI - ma non riusciamo a sbloccare la situazione. Eppure dovrebbe essere nell’interesse dei bambini essere curati dalle nuove famiglie proprio in un momento di fragilità come quella della pandemia”.
Ma è una tendenza simile in tutti i 24 Paesi del mondo che accolgono le adozioni: fra il 2004 e il 2018 si è passati - in totale - da 45.483 a 8299 adozioni: l’81,7% in meno.


Il profilo delle coppie
In generale il profilo delle coppie adottive - dice il Report della CAI sugli ultimi dati profilati - conferma la tendenza al rialzo dell’età media, con un alto livello culturale e socio-economico: l’età media dei mariti, alla data di autorizzazione all’ingresso del minorenne, supera i 47 anni (47,2) e quella delle mogli si attesta sopra i 45 anni (45,5), mentre le coppie adottive posseggono una laurea in misura pressoché tripla rispetto alla media.

Età dei bambini adottati
La maggior parte dei bambini adottati ha fra 5 e 9 anni, con una leggera prevalenza dei maschi (il 53%) sulle femmine (età media 6,6 anni). Il range dell’età media dei principali Paesi di provenienza oscilla in un ampio spettro che va dagli 1,6 anni dei bambini provenienti dalla Corea del Sud - unico Paese con età media sotto i tre anni - ai 12,4 anni di quelli bielorussi - unico Paese con età media sopra i 10 anni.
Poco più di un minore su due (52,7%) è stato adottato dopo la revoca della responsabilità genitoriale dei genitori biologici. Una percentuale più bassa ma comunque significativa (36,6%) riguarda invece i minorenni con un generico “abbandono”, mentre si scende fino al 6,3% nel caso in cui si sia verificata una rinuncia alla genitorialità da parte dei genitori biologici e ad un più marginale 2,3% dei minori adottati in quanto orfani. La metà dei bambini adottati nel 2019 avevano special need, bisogni speciali: dicitura che talvolta nasconde l’unica possibilità di essere adottati e che dunque non sempre corrisponde allo stato reale del bambino.

I dati sulle adozioni internazionali e la tendenza in calo.


L’attesa
Le coppie italiane che stanno aspettando un bambino sono circa 2800 (dati CAI, Commissione Adozioni Internazionali). I Paesi più coinvolti sono: India, Colombia, Russia, Bielorussia, Vietnam, Ungheria, Cina, Bulgaria, Ucraina, Perù, Filippine, Burkina, Bolivia, Brasile, Congo, Etiopia. Seguono con numeri più piccoli Thailandia, Haiti, Corea del Sud, Albania, Armenia, Lituania, Romania, e altri 20 Paesi del mondo più povero.
Il tempo che intercorre tra la domanda di adozione e l’autorizzazione all’ingresso è stato (nel 2019) di 45 mesi in media. I percorsi più lunghi hanno riguardato mediamente Haiti (73,2 mesi) e Bulgaria (63,2 mesi), i più brevi l’Ucraina (fino a ora) e il Burundi (meno di 36 mesi). Gli step intermedi? Ci sono voluti circa 11 mesi tra la domanda di adozione e il decreto di idoneità, 8 mesi tra il decreto di idoneità e il conferimento dell’incarico all’Ente e circa 27 mesi tra il conferimento dell’incarico e l’autorizzazione all’ingresso del bambino.


Balbuzie, ne soffre il 17% dei bambini

Ma nel 75% dei casi si può guarire. Basta prenderla in tempo

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Far capire a chi si ha di fronte «che lo ascolti per quello che dice, non per come lo sta dicendo». Tiziana Rossetto, presidente della Federazione Logopedisti Italiani (FLI), affronta il tema della balbuzie, parla dei diversi fattori che possono provocarla e dei rimedi per affrontarla. A iniziare dall’età pediatrica. Il 6 marzo è stata la “Giornata europea dei disturbi del linguaggio” e fino all’11 la FLI (vai alle indicazioni) mette a disposizione i suoi esperti per informazioni, domande, dubbi. Perché da questo disturbo si può guarire nel 75% dei casi, in particolare quando il trattamento inizia sin da piccoli. «Tra i due anni e mezzo e i tre i bambini cominciano a usare un vocabolario più importante, possono mostrare anche difficoltà nell’esprimersi che spesso si risolvono tranquillamente ma possono anche cronicizzarsi e causare problemi in futuro se non si interviene», spiega. I “numeri” dicono che è fra i disturbi più frequenti del linguaggio, con una prevalenza nella popolazione mondiale tra lo 0,72% e l’1%, mentre in Italia l’incidenza di nuovi casi l’anno, ha subito un aumento dell’8% (contro il 5% del resto del mondo) negli ultimi dieci anni. Nel nostro Paese - secondo i dati della FLI - riguarda il 17% dei bambini, i più colpiti, gli uomini (con un rapporto di 4 a 1 rispetto alle donne) e i giovani, 2 maschi contro una ragazza.
«Studi scientifici dimostrano - aggiunge la Rossetto - che i giovani con balbuzie hanno il 68% di rischio in più di essere vittime di bullismo e discriminazione rispetto a coetanei normofluenti». Da cosa dipende il disturbo? «Esiste una predisposizione familiare - dice la presidente - anche se il gene che causa il linguaggio disfluente non è stato ancora scoperto. Esistono fattori ambientali, biologici e neurologici e quando abbiamo di fronte una persona con difficoltà di linguaggio dobbiamo usare un approccio multidisciplinare». I genitori che notassero difficoltà debbono rivolgersi al pediatra e questi indirizzerà ai servizi territoriali con appositi specialisti. «Va fatto un lavoro di équipe, il pediatra conosce il bambino dalla nascita - dice ancora Rossetto - contiamo sulla sensibilità dei medici e dei genitori che non devono avere paura ma rivolgersi a professionisti sanitari in grado di intervenire, come i logopedisti. Solo una cosa è inaccettabile, coloro che minimizzano dicendo che tanto prima o poi il bambino parlerà». Invece va aiutato, con un percorso scientifico. Esistono ormai linee guida internazionali che consentono di condividere modelli e approcci nel percorso di cura della persona che balbetta. Recuperare la fluidità di linguaggio e vincere la balbuzie è possibile. «Le percentuali di successo sono più elevate quando è approcciata prima dei sette anni - conclude la logopedista - Mentre le probabilità calano con l’aumentare degli anni e della maggiore convivenza con la balbuzie, sono possibili in adolescenza, rare in età adulta».

I CONSIGLI
1) L’importanza di un approccio facilitante

Quando ci si trova di fronte a una persona con disturbi del linguaggio è indispensabile, secondo le linee guida della FLI, avere un approccio “facilitante”. Vale a dire che non vanno espressi giudizi sulla condizione di chi abbiamo davanti e ha una difficoltà. Poi va ridotta la velocità dell’eloquio per favorire chi si ha di fronte. Inoltre vanno evitate le domande o gli stimoli che possono causare ansia all’interlocutore (come chiedere di esprimersi meglio, per esempio). Importante che si arrivi a un’anamnesi precisa e a un intervento che coinvolga il professionista e i suoi familiari per agevolare la persona con disfluenza verbale a essere a proprio agio.

2) Bimbi consapevoli: ecco che cosa è bene evitare
«Il bambino è consapevole, dobbiamo rendercene conto». Lo dice Tiziana Rossetto, presidente della FLI. Cioè percepisce se un ambiente è ostile o preoccupato, quindi è importante che genitori, familiari e insegnanti facciano attenzione a come si esprimono.
«Si deve evitare - aggiunge la logopedista - di dire parla bene o ripeti, chi ha un problema del linguaggio non lo fa apposta e serve un atteggiamento che facilita e non che peggiora». È importante guardare negli occhi il bambino, non girarsi dalla parte opposta, non aiutare ma aspettare i tempi dell’interlocutore ed evitare di finire la frase per lui.

3) Un tempo speciale da condividere con chi ha problemi
«È bene ritagliarsi dieci minuti per stare insieme a chi ha problemi, soprattutto con i bambini». È un altro dei consigli che arriva dalla Federazione dei logopedisti. «Leggere un libro insieme, prendersi un tempo speciale, far sentire protagonista la persona che abbiamo di fronte». Per questo quando un paziente viene preso in carico, soprattutto in età scolare, si attiva anche il cosiddetto “parent coaching” ovvero un sostegno ai genitori su come approcciarsi di fronte a questo genere di problemi. E la terapia? Giochi di ruolo, simulazioni, sillabe lette in silenzio, ripetute prima dal logopedista poi dal bambino. Piano piano questi acquisisce padronanza e autostima, migliorando notevolmente o guarendo del tutto.


Giornata Mondiale Autismo. “Per non lasciare nessuno dietro”

In Italia diagnosticati disturbi a un bambino su 77, tra i 7 e i 9 anni

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Promuovere un’istruzione inclusiva di qualità per consentire alle persone con spettro di realizzare il loro potenziale e puntare i riflettori sui loro diritti, i temi al centro della Waad che è stata celebrata il 2 aprile. La pandemia ha interrotto l’apprendimento, invertendo anni di progressi, esacerbando le disuguaglianze nell’istruzione e colpendo in particolare le persone con spettro autistico. E l’ISS da oggi si tinge di blu.

Puntare i riflettori sui diritti delle persone nello spettro autistico e promuovere un’istruzione inclusiva di qualità in modo che possano realizzare il loro potenziale e raggiungere un successo sostenibile nel mercato del lavoro. Un’educazione inclusiva per “non lasciare nessuno dietro”.
Questi I grandi temi al centro della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo (WAAD, World Autism Awareness Day) istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’ONU, che si celebra il 2 aprile.
Negli ultimi dieci anni, ricorda l’ONU, sono stati compiuti importanti progressi verso un maggiore accesso all’istruzione in generale, nonché per le persone con autismo in particolare. Tuttavia, la pandemia - che nella maggior parte dei paesi ha portato alla chiusura temporanea delle scuole, con un impatto su oltre il 90% degli studenti in tutto il mondo - ha interrotto l’apprendimento, invertendo anni di progressi ed esacerbando le disuguaglianze nell’istruzione.
Molti studenti con autismo sono stati particolarmente colpiti e gli studi dimostrano che sono stati colpiti in modo sproporzionato a causa dell’interruzioni della routine, nonché dei servizi e supporti su cui fanno affidamento. Da qui la necessità di garantire il diritto a un’istruzione inclusiva di qualità e uguaglianza rispettando le esigenze individuali. Un traguardo in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile adottati dai leader mondiali alle Nazioni Unite nel 2015

I disturbi dello spettro autistico (Autism Spectrum Disorders, ASD), spiega il ministero della Salute, sono un insieme eterogeneo di disturbi del neurosviluppo caratterizzati da, compromissione qualitativa nelle aree dell’interazione sociale e della comunicazione e da modelli ripetitivi e stereotipati di comportamento, interessi e attività. I sintomi e la loro severità possono manifestarsi in modo differente da persona a persona, di conseguenza i bisogni specifici e la necessità di sostegno sono variabili e possono mutare nel tempo. Per questo è fondamentale progettare interventi individualizzati e calibrati su bisogni specifici.
Nella quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), aggiunge l’ISS, il termine “spettro” viene utilizzato per indicare che le manifestazioni del disturbo variano molto anche in base al livello di gravità della condizione, al livello di sviluppo e all’età̀. La diagnosi del disturbo è primariamente clinica, integrata da una specifica valutazione strutturata ed è importante che il clinico si avvalga dei dati provenienti da tutti gli informatori, incluso i genitori. I primi sintomi in genere vengono osservati nel secondo anno di vita e più spesso sono un ritardo nello sviluppo del linguaggio, scarso interesse sociale e modalità di comunicazioni insolite.

I numeri. Secondo le stime la prevalenza del disturbo è attualmente di circa 1 su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su 160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran Bretagna. Tra gli adulti i pochi studi effettuati a livello internazionale segnalano una prevalenza di 1 su 100.
In Italia? In linea con il dato internazionale, secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale per il monitoraggio dei disturbi dello spettro autistico (OssNA), istituito presso l’ISS nel 2016, 1 bambino su 77 (età 7-9 anni) presenta un disturbo dello spettro autistico con una prevalenza maggiore nei maschi, colpiti 4,4 volte in più rispetto alle femmine.

Le iniziative in campo. I dati, evidenzia il Ministero, sottolineano la “necessità di politiche sanitarie, educative e sociali atte a incrementare i servizi e migliorare l’organizzazione delle risorse a supporto delle famiglie”. Ecco quindi che l’OssNA ha promosso, anche su mandato e con un finanziamento ad hoc da parte del Ministero della Salute, interventi finalizzati a garantire: la tutela della salute; il miglioramento delle condizioni di vita; l’inserimento nella vita sociale delle persone nello spettro autistico.
“Grazie a questi finanziamenti sarà possibile realizzare in tutte le Regioni iniziative sul piano della formazione della cura e dell’assistenza a sostegno delle persone con autismo e delle loro famiglie - afferma Maria Luisa Scattoni, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità e coordinatore dell’OssNA - oggi, grazie alle linee di indirizzo per la definizione di percorsi differenziati al trattamento, per la promozione delle autonomie, realizzate grazie al contributo delle Associazioni e al continuo confronto multidisciplinare abbiamo uno strumento in grado di orientare in modo appropriato le iniziative a sostegno delle persone con autismo e dei familiari, inclusi percorsi per l’inclusione lavorativa e la promozione dell’autonomia abitativa”.

Le iniziative del Ministero della Salute. Negli ultimi due anni, il Ministero della Salute ha stanziato oltre 30 milioni di euro per interventi diretti al potenziamento dei servizi e alla realizzazione di progetti di vita individualizzati. In forte collaborazione con le Associazioni delle persone autistiche e dei loro familiari ha quindi orientato le risorse per la realizzazione di iniziative specifiche per la definizione di percorsi differenziati al trattamento, per la promozione delle autonomie (inclusi percorsi per l’inclusione lavorativa e la promozione dell’autonomia abitativa) e per la definizione di un vero e proprio Progetto di vita. Le strategie operative per implementare le equipe multidisciplinari e i nuclei funzionali sono inclusi nelle Linee di indirizzo elaborate dal Gruppo di Lavoro Nazionale sul Progetto di vita associate al finanziamento specifico promosso dall’ISS su mandato del Ministero della Salute.

L’ISS per l’autismo
Negli ultimi anni l’ISS ha promosso azioni condivise con i professionisti della rete sanitaria, sociosanitaria e educativa coinvolti nella presa in carico integrata delle persone nello spettro autistico. Coordina e monitora quindi in modo capillare tutte le attività realizzate nell’ambito del fondo autismo anche grazie all’implementazione di un sito web che informa il cittadino su tutte le attività finora effettuate e i risultati ottenuti.
La piattaforma, si configura come un portale di accesso per i cittadini e per tutti i professionisti coinvolti nella sorveglianza del neurosviluppo inclusi quelli dei servizi educativi della prima infanzia. “La piattaforma dell’OssNA è stata recentemente integrata con una formazione specifica dedicata alla promozione dello sviluppo nel contesto educativo degli asili nido. I contenuti di questa formazione sono fortemente integrati con quanto già promosso a livello operativo nella rete dei servizi pediatrici, delle terapie intensive neonatali e dei servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza in collaborazione con le principali società scientifiche e professionali del settore e già efficacemente implementati in molti territori regionali. A breve renderemo anche disponibile gratuitamente per tutti gli utenti della piattaforma il manuale “La storia di Nemo”, specificatamente realizzato per i servizi educativi allo scopo di promuovere la conoscenza sul neurosviluppo e valorizzare le opportunità del contesto educativo in cui certe competenze non ancora acquisite dal bambino possono essere promosse”.
Attraverso la piattaforma è anche accessibile una mappatura della rete sanitaria specialistica (con oltre 1155 Centri pubblici e privati convenzionati con il SSN) per la diagnosi e il trattamento del disturbo dello spettro autistico in età evolutiva e in età adulta e possono essere consultate tutte le iniziative che l’ISS sta portando avanti per il personale operante nel servizio educativo, sanitario e socio-sanitario e la diffusione dell’uso di strategie di supporto evidence-based.
Sono stati finora formati 8767 educatori/insegnanti/professori, 1520 pediatri di famiglia, 6 master trainers in 4 regioni italiane sul Caregiver Skills Training sviluppato dall’OMS, ricorda ancora l’ISS, ed è appena partito un nuovo corso di formazione in ulteriori 5 Regioni, oltre 300 dirigenti neuropsichiatri/psichiatri e psicologi del SSN hanno seguito finora i corsi di alta formazione professionale sull’analisi del comportamento applicata ai disturbi dello spettro autistico e a breve saranno resi disponibili corsi per fornire supporto ai familiari, per strutturare percorsi di assistenza medico-ospedaliera e per la gestione dei problemi del comportamento per i professionisti di tutte le Regioni italiane.


Permessi dal lavoro e alloggi per i genitori dei bambini ricoverati in ospedale

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La malattia di un figlio, specie se richiede cure lunghe e impegnative, consente di chiedere una serie di agevolazioni per assisterlo. Previste anche forme di sostegno economico e ospitalità dedicata.

La malattia di un bambino incide sulla vita di tutta la famiglia, a partire dalle attività lavorative. Le assenze necessarie per assistere un figlio sono regolate dai diversi contratti di lavoro, in genere con le dimissioni il genitore chiede all’ospedale il certificato di ricovero ai fini dell’autocertificazione. Ma è possibile ottenere permessi anche per accompagnare il bambino che ha bisogno di visite mediche ambulatoriali. Se però le cure sono destinate a protrarsi a lungo e con frequenza (è il caso delle terapie antitumorali, per esempio) e causano nel bambino effetti invalidanti, il genitore lavoratore ha diritto a permessi e congedi particolari. In questi casi, però, deve essere stato accertato dall’Inps lo stato di handicap grave (anche per periodi limitati) che dà diritto al familiare caregiver di ottenere un permesso retribuito fino a un massimo di tre giorni al mese (legge 104/1992) oppure un congedo straordinario biennale retribuito se è lavoratore dipendente (con modalità diverse a seconda dell’impiego del genitore e le necessità di ricovero o meno del bambino, e da chiedere all’Inps). Esistono altre forme di astensione dal lavoro, non retribuite o con riduzione di stipendio, legate alle necessità di assistenza e all’età del figlio. In alcuni casi i genitori possono chiedere, all’Inps, l’indennità di accompagnamento (a prescindere dal reddito e se il bambino non è in grado di svolgere i compiti della sua età).

Trasferimenti e ferie
I genitori possono chiedere al datore di lavoro di essere trasferiti in una sede più vicina al domicilio (e possono rifiutare trasferimenti lontani), di essere esonerati dai turni notturni o di ottenere un contratto part-time in caso di patologia oncologica del figlio. La necessità di seguire un bambino malato fa scattare la solidarietà tra i colleghi. «La legge 151 del 2015» ricorda Elisabetta Iannelli, presidente dell’Associazione italiana malati di cancro (AIMAC) «prevede che i lavoratori possano cedere gratis giornate di ferie o riposo ai colleghi che hanno esauritole proprie per assistere i figli minori che necessitano di cure.

Casa
Se è necessario trovare un alloggio in una città diversa per le terapie in genere si muove il terzo settore. In Lombardia, per esempio, è attiva l’associazione «A casa lontani da casa», che mette in rete gli alloggi solidali e che nel 2020 a Milano ha accolto mille malati, tra cui un centinaio di bambini. Come spiega Laura Gangeri, vicepresidente: «Mettiamo a disposizione 73 case di accoglienza, afferenti a Enti no profit, chi può contribuisce alle spese. La graduatoria considera distanza, durata del ricovero e condizione economica».


Figli e lavoro. Governo approva nuove norme per congedi di madre e padre e per le indennità di maternità per lavoratrici autonome

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Il CdM ha approvato oggi un decreto legislativo con il quale, tra le altre cose, entra pienamente a regime la nuova tipologia di congedo di paternità obbligatorio di 10 giorni, aumenta da 10 a 11 mesi il congedo per il genitore solo, sale da 6 a 12 anni l’età del bambino per cui usufruire del congedo parentale e viene esteso il diritto alla indennità di maternità per le lavoratrici autonome e libere professioniste.

Entra pienamente a regime la nuova tipologia di congedo paternità obbligatorio di 10 giorni, aumenta da 10 a 11 mesi il congedo per il genitore solo, aumenta da 6 a 12 anni l’età del bambino per cui usufruire del congedo parentale, viene esteso il diritto alla indennità di maternità per le lavoratrici autonome e libere professioniste, anche per gli eventuali periodi di astensione anticipati per gravidanza a rischio. È quanto prevede il DLgs appena approvato dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Andrea Orlando.
Lo schema di decreto legislativo di recepimento della direttiva (UE) 2019/1158, relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza (che abroga la direttiva 2010/18/UE del Consiglio) ha come finalità quelle di promuovere il miglioramento della conciliazione tra i tempi della vita lavorativa e quelli dedicati alla vita familiare per tutti i lavoratori che abbiano compiti di cura in qualità di genitori e/o di prestatori di assistenza, al fine di conseguire una più equa condivisione delle responsabilità tra uomini e donne e di promuovere un’effettiva parità di genere, sia in ambito lavorativo che familiare.

I principali punti di novità sono:
- entra pienamente a regime la nuova tipologia di congedo di paternità, obbligatorio e della durata di dieci giorni lavorativi fruibile dal padre lavoratore nell’arco temporale che va dai due mesi precedenti ai cinque successivi al parto, sia in caso di nascita che di morte perinatale del bambino. Si tratta di un diritto autonomo e distinto spettante al padre lavoratore, accanto al congedo di paternità cosiddetto alternativo, disciplinato dall’articolo 28 del d.lgs. n. 151 del 2001, (T.U, in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità), che spetta soltanto nei gravi casi di morte, grave infermità o abbandono del bambino da parte della madre;
- riguardo al congedo parentale, è stata aumentata da dieci a undici mesi la durata complessiva del diritto al congedo spettante al genitore solo, nell’ottica di un’azione positiva che venga incontro ai nuclei familiari monoparentali, (tenuto conto del già menzionato Considerando 37 che incoraggia gli Stati membri ad adattare le condizioni di accesso e le modalità di esercizio dei congedi ad esigenze particolari, quali eventuali parti multipli). Il livello della relativa indennità è del 30 per cento della retribuzione, nella misura di tre mesi intrasferibili per ciascun genitore, per un periodo totale complessivo pari a sei mesi. Ad esso si aggiunge un ulteriore periodo di tre mesi, trasferibile tra i genitori e fruibile in alternativa tra loro, cui è connessa un’indennità pari al 30 cento della retribuzione. Pertanto, fermi restando i limiti massimi di congedo parentale fruibili dai genitori, i mesi di congedo parentale coperto da indennità sono aumentati da sei a nove in totale. L’indennità spettante ai genitori, in alternativa tra loro, per il periodo di prolungamento fino a tre anni del congedo parentale usufruito per il figlio in condizioni di disabilità grave, è del 30%;
- viene aumentata da sei a dodici anni l’età del bambino entro cui i genitori, anche adottivi e affidatari, possono fruire del congedo parentale, indennizzato nei termini appena descritti;
- è stato esteso il diritto all’indennità di maternità in favore rispettivamente delle lavoratrici autonome e delle libere professioniste, anche per gli eventuali periodi di astensione anticipati per gravidanza a rischio.


Giornata Mondiale della Salute 2022. OMS: “Salvare il pianeta per salvare la nostra salute”

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Ogni anno si stimano 13 milioni di decessi nel Mondo provocati da cause ambientali evitabili e ogni minuto 13 persone perdono la vita per colpa dell’inquinamento dell’aria. L’OMS lancia le sue tre sfide globali: “Siamo in grado di re-immaginare un mondo in cui aria, acqua e cibo puliti siano a disposizione di tutti? Dove le economie sono focalizzate sulla salute e sul benessere? Dove le città sono vivibili e le persone hanno il controllo sulla propria salute e sulla salute del pianeta?”.

L’OMS ha ufficializzato quale è stato il tema della prossima Giornata mondiale della Salute del 7 aprile: “Our Planet, Our Health”, “Il nostro Pianeta, la nostra Salute”.
“Nel mezzo di una pandemia, con un pianeta inquinato, con malattie in aumento come cancro, asma, malattie cardiache - scrive l’OMS - nella Giornata mondiale della salute 2022, ci concentreremo sull’attenzione globale sulle azioni urgenti necessarie per mantenere gli esseri umani e il pianeta in salute e promuovere un movimento per creare società incentrato sul benessere”.   

L’OMS stima che oltre 13 milioni di decessi in tutto il mondo ogni anno siano dovuti a cause ambientali evitabili. Includendo tra i fenomeni evitabili la crisi climatica, definita come “la più grande minaccia sanitaria per l’umanità”. Una crisi che è “anche una crisi sanitaria”, sottolinea l’OMS.
“Oltre il 90% delle persone respira aria malsana derivante dalla combustione di combustibili fossili. Un mondo in riscaldamento sta vedendo le zanzare diffondere malattie più lontano e più velocemente che mai. Gli eventi meteorologici estremi, il degrado del suolo e la scarsità di acqua stanno sfollando le persone e compromettendo la loro salute. L’inquinamento e la plastica si trovano sul fondo dei nostri oceani più profondi, sulle montagne più alte, e si sono fatti strada nella nostra catena alimentare. I sistemi che producono cibi e bevande altamente trasformati e malsani stanno guidando un’ondata di obesità, aumentando il cancro e le malattie cardiache e generando un terzo delle emissioni globali di gas serra”, questo il tragico bilancio dello stato di salute del Pianeta disegnato oggi dall’OMS. “Mentre la pandemia di Covid-19 ci ha mostrato il potere curativo della scienza, ha anche messo in evidenza le disuguaglianze nel nostro mondo. La pandemia - scrive ancora l’OMS - ha rivelato debolezze in tutti i settori della società e ha sottolineato l’urgenza di creare società sostenibili per il benessere impegnate a raggiungere una salute equa ora e per le generazioni future senza violare i limiti ecologici”.
“L’attuale disegno dell’economia porta a una distribuzione iniqua del reddito, della ricchezza e del potere, con troppe persone che vivono ancora in povertà e instabilità. Un’economia del benessere - sottolinea l’OMS - ha come obiettivi il benessere umano, l’equità e la sostenibilità ecologica. Questi obiettivi si traducono in investimenti a lungo termine, budget di benessere, protezione sociale e strategie legali e fiscali”.
L’interruzione di questi cicli di distruzione per il pianeta e la salute umana richiede un’azione legislativa, una riforma dei cicli produttivi e, non ultimo, un supporto delle istituzioni affinché i singoli individui siano incentivati a fare scelte sane”, conclude l’OMS.

Clima e salute. I fatti salienti secondo l’OMS: ogni minuto 13 persone nel mondo muoiono per malattie provocate dall’inquinamento dell’aria
1. Il cambiamento climatico è la più grande minaccia sanitaria per l’umanità. Gli impatti del cambiamento climatico stanno già danneggiando la salute a causa di inquinamento atmosferico, malattie, eventi meteorologici estremi, sfollamenti forzati, insicurezza alimentare e pressioni sulla salute mentale. Ogni anno, a ausa di fattori ambientali perdono la vita circa 13 milioni di persone e ogni minuto 13 persone muoiono per cancro, infarto e altre malattie cardiache causate dall’inquinamento dell’aria.
2. Il raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi potrebbe salvare circa un milione di vite all’anno in tutto il mondo entro il 2050 attraverso la sola riduzione dell’inquinamento atmosferico. Evitando il peggio gli impatti climatici potrebbero aiutare a prevenire 250.000 ulteriori decessi legati al clima all’anno dal 2030 al 2050, principalmente da malnutrizione, malaria, diarrea e stress da caldo.
3. Il valore dei guadagni per la salute derivanti dalla riduzione delle emissioni di carbonio sarebbe approssimativamente il doppio del costo globale di attuazione delle misure di mitigazione del carbonio.
4. Oltre il 90 per cento delle persone respira livelli malsani di inquinamento atmosferico, in gran parte risultanti dalla combustione di combustibili fossili che guidano il cambiamento climatico. Nel 2018 inquinamento atmosferico da combustibili fossili ha causato 2,9 trilioni di dollari di costi sanitari ed economici, circa 8 miliardi di dollari al giorno.
5. I trasporti producono circa il 20% delle emissioni globali di carbonio. Alternative come camminare e andare in bicicletta non sono solo ecologiche, ma offrono anche una maggiore salute benefici, come la riduzione del rischio di molte condizioni di salute croniche e il miglioramento salute mentale.
6. I sistemi per produrre, confezionare e distribuire il cibo generano un terzo delle serre emissioni di gas. Una produzione più sostenibile mitigherebbe gli impatti sul clima e sostenere diete più nutrienti che potrebbero prevenire quasi 11 milioni di morti premature un anno.
7. I sistemi sanitari sono la principale linea di difesa per le popolazioni che si trovano ad affrontare l’emergere minacce per la salute, anche dal cambiamento climatico. Per proteggere la salute ed evitare l’allargamento disuguaglianze sanitarie, i paesi devono costruire sistemi sanitari resilienti al clima.
8. La maggior parte dei paesi identifica la salute come un settore prioritario vulnerabile al cambiamento climatico. Ma rimane un enorme divario finanziario. Meno del 2 per cento del clima multilaterale la finanza va a progetti sanitari.
9. Società sane fanno affidamento su ecosistemi ben funzionanti per fornire aria pulita, fresca acqua, medicinali e sicurezza alimentare. Questi aiutano a limitare le malattie e stabilizzare il clima. Ma la perdita di biodiversità sta avvenendo a un ritmo senza precedenti, con un impatto sull’uomo salute in tutto il mondo e aumentando il rischio di malattie infettive emergenti.


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Abate MV (a cura di). Antibiotici, meno super-batteri con trattamenti più brevi - Sport. Mezzogiorno “sedentario”, a pagare sono soprattutto i minori - Incongruenza di genere, adolescenti in crisi fra ormoni e sentimenti. Serve una psicoterapia mirata - Influenza, vaccino spray sicuro anche per i bambini con asma - Tumori: sviluppato modello predittivo che evita la biopsia nei bambini - Quadruplicata la sopravvivenza dei bambini nati alla 22/ma settimana - SOS adozioni: tra pandemia, guerre e burocrazia per le coppie che sognano una famiglia è sempre più difficile - Balbuzie, ne soffre il 17% dei bambini - Giornata Mondiale Autismo. “Per non lasciare nessuno dietro” - Permessi dal lavoro e alloggi per i genitori dei bambini ricoverati in ospedale - Figli e lavoro. Governo approva nuove norme per congedi di madre e padre e per le indennità di maternità per lavoratrici autonome - Giornata Mondiale della Salute 2022. OMS: “Salvare il pianeta per salvare la nostra salute”. Medico e Bambino 2022;25(4) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS2204_10.html