Rivista di formazione e aggiornamento di pediatri e medici operanti sul territorio e in ospedale. Fondata nel 1982, in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri.

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a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

Pediatri: uniformare l’età pediatrica a 18 anni

Polmonite nei bambini, sono sufficienti 3-5 giorni di antibiotico

HPV, il 73% genitori UE sa cos’è ma il 20% non sa che causa il cancro

Malattie croniche, sempre più bambini colpiti

L’appello dei pediatri: “Troppo pochi i posti letto in Terapia Intensiva e Neuropsichiatria”

Bambini e bambine non sono uguali di fronte alla salute. I pediatri italiani pubblicano la prima Guida alle differenze di genere nella cura dei più piccoli

Malattie immunitarie, un test di laboratorio per riconoscere la linfoistiocitosi emofagocitica secondaria

Piombo nel sangue, l’allarme di UNICEF per 20 milioni di bambini nei Paesi ricchi

‘Datificati’ alla nascita, informazioni dei bambini nel mirino


Pediatri: uniformare l’età pediatrica a 18 anni

Staiano, troppe differenze tra Regioni, serve limite certo

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In che reparto ospedaliero, adulto o pediatrico, ricoverare un ragazzo al limite dei 18 anni con un problema sanitario? In Italia le differenze sono troppe, da Regione a Regione e talvolta all’interno della stessa Regione tra le diverse Aziende ospedaliere.
Questo, però, può finire per penalizzare i ragazzi e disorientare le famiglie.
Al fine di dare messaggi certi ai genitori i pediatri chiedono che sia uniformata l’età pediatrica, stabilendo che vada da 0 a 18 anni e che questo valga per gli ospedali ma anche per il territorio, dove un limite in realtà c’è ed è fissato a 14 anni, che si estendono a 16 nel caso di bambini con patologie croniche. Il messaggio arriva dalla presidente della SIP, Società Italiana di Pediatria, Annamaria Staiano che, al congresso della società scientifica a Sorrento (maggio 2022), spiega di aver sollevato il tema nel corso di un’audizione sul DM 71 di riforma sanitaria.
“Nelle Regioni d’Italia - spiega Staiano - l’età massima pediatrica per i ricoveri è differente, varia da Regione a Regione e nell’ambito della stessa Regione da Azienda ad Azienda. Le mamme e i papà devono avere un punto di riferimento fermo e lineare, sapere che i 18 anni sono la soglia nella quale il bambino è un adulto, a 17 invece rientra ancora in ambito pediatrico. Come avviene nelle altre nazioni europee. Noi chiediamo che il limite dei 18 anni sia riconosciuto sia per le cure primarie, sia negli ospedali dove occorre superare le attuali disomogeneità. L’adolescente, con assenza di patologie, rischia di perdere il supporto sanitario per l’incertezza della figura di medica riferimento”.


Polmonite nei bambini, sono sufficienti 3-5 giorni di antibiotico

Efficaci come 7-10 giorni, ma si riduce l’antibiotico-resistenza

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Per i bambini che si ammalano di polmonite un ciclo di antibiotici più breve - di 3-5 giorni - è ugualmente efficace di quello attualmente consigliato di 7-10 giorni. È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori dell’università di Kuopio, in Finlandia, pubblicato su Clinical Infectious Disease.

Il tema della durata ottimale del trattamento delle polmoniti nei bambini è controverso: sebbene alcune ricerche in passato abbiano suggerito la possibilità di abbreviare gli attuali standard di trattamento, altre hanno mostrato una recidiva dell’infezione nei bambini che facevano cicli di antibiotici più corti: un indizio, questo, del fatto che la cura non era stata in grado di debellare completamente i batteri.
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno analizzato 1573 bambini: la metà di essi ha ricevuto un ciclo di antibiotici più breve, gli altri il trattamento della durata standard. La ricerca non ha rilevato differenze sostanziali tra i due gruppi: nessuno dei bambini aveva avuto bisogno di ricovero, il fallimento terapeutico (cioè la necessità di ripetere il trattamento per la mancata eradicazione del patogeno) si è verificato nel 7,9% dei bambini che avevano ricevuto un ciclo breve e nell’8% di quelli che hanno ricevuto il trattamento standard. Non sono emerse nemmeno differenze tra i due gruppi per quel che concerne gli effetti collaterali.
Cicli di trattamento più brevi offrono benefici sia alla comunità sia al bambini, spiegano i ricercatori, che precisano che i risultati dello studio di applicano solo nei Paesi ad alto reddito. “Trattamenti antibiotici più brevi per i casi di polmonite pediatrica possono prevenire lo sviluppo di antibiotico-resistenza riducendo al minimo necessario l’esposizione dei batteri agli antibiotici. Ciò diminuisce la pressione selettiva per l’emergere di ceppi resistenti. Inoltre, i trattamenti lunghi non necessari aumentano il rischio di eventi avversi, come la diarrea, che è comune nei bambini piccoli trattati con antibiotici”, si legge nello studio.


HPV, il 73% genitori UE sa cos’è ma il 20% non sa che causa il cancro

Covid ha reso il 68% genitori più propensi alla vaccinazione dei figli

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Cresce, in Europa, la conoscenza dei genitori sul papillomavirus (HPV), anche se in modo variabile e con gravi lacune da parte di alcuni.
A fronte di un 73% di genitori che sa cos’è l’HPV (il 4% in più di quanto del 2019), c’è infatti un 27% che non lo conosce.
Anche tra chi si dichiara più informato, inoltre, c’è un 20% che confessa di non sapere che il papillomavirus può causare il cancro. A dirlo sono i dati di un progetto di ricerca promosso da MSD e condotto da IPSOS, presentato nel corso di un evento ibrido svolto oggi, alla vigilia della Settimana europea contro il cancro, in programma dal 25 al 31 maggio.
Il sondaggio, condotto tra il 28 marzo e il 7 aprile 2022, ha coinvolto un campione rappresentativo di 7111 genitori da 8 Paesi, compresa l’Italia, con figli di età inferiore ai 21 anni.
L’obiettivo era indagare il livello di consapevolezza dei genitori europei sull’HPV e l’impatto del Covid-19 sulla percezione dei vaccini (al di fuori di quello contro il Covid-19).
La fotografia che emerge è a luci e ombre. Se i genitori, infatti, si dichiarano sempre più informati e consapevoli dell’importanza di vaccinare i figli, tuttavia solo il 33% è consapevole che l’HPV può causare il cancro sia negli uomini che nelle donne. Il 42% non è a conoscenza delle vaccinazioni che potrebbero aiutare a prevenire alcuni tipi di cancro.
Per quanto riguarda l’impatto della Covid-19 sulla vaccinazione, la metà degli intervistati afferma di sentirsi sottoposto a un sovraccarico informativo proprio a causa della pandemia, il 43% si sente sopraffatto dalla quantità di informazioni relative alle vaccinazioni disponibili.
Tuttavia il 68% dei genitori europei ammette che proprio a seguito della pandemia, e per le condizioni diverse causate dal Covid-19, è diventato più propenso a garantire al proprio figlio una corretta protezione vaccinale. Il 61% dei genitori afferma di essere più informato sulle vaccinazioni per i figli proprio grazie al Covid-19. Il 90% dei genitori considera importante che il proprio figlio venga vaccinato contro altre patologie (al di fuori del solo Covid-19).


Malattie croniche, sempre più bambini colpiti

Società Italiana di Pediatria: “Ma è fuga dei pediatri dagli ospedali”

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La presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP), Annamaria Staiano, in apertura del 77° Congresso: “Sarebbe importante riconoscere sul piano normativo il valore legale delle sub specialità pediatriche come già avviene in altri Paesi europei. A tal fine la SIP ha redatto un documento attualmente al vaglio del Ministero della Salute. I bambini hanno il diritto di essere curati da professionisti adeguatamente formati per l’assistenza ai soggetti in età evolutiva”.

Da un lato l’epidemia di patologie croniche, che ormai colpiscono circa il 18% della popolazione pediatrica, e che richiedono un alto livello di specializzazione per la presa in carico globale. Dall’altro lato la diminuzione del numero di pediatri specialisti che devono prendersene cura.
Parte da questo paradosso Annamaria Staiano, nel suo discorso di apertura del 77° Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria (SIP) (maggio 2022), il primo sotto la sua presidenza, in cui affronta le principali sfide e criticità della Pediatria italiana. A cominciare dall’urgente necessità di riformare l’attuale sistema delle cure pediatriche, oggi in profonda crisi: una priorità per evitare che i bambini finiscano per essere curati dal medico dell’adulto e non da professionisti adeguatamente formati per l’assistenza ai soggetti in età evolutiva.
Come sta avvenendo per altre specialità anche in Pediatria, “un numero crescente di medici ospedalieri decide di lasciare il proprio incarico per dedicarsi al territorio o all’attività privata. Questo fenomeno definito great resignation, esarcebato dalla pandemia, ha molte cause, tra cui il burnout dovuto a turni massacranti, le continue aggressioni, la scarsa gratificazione economica ecc.” spiega la presidente SIP. “Abbiamo però le risorse per ripartire: i nostri specializzandi” afferma Staiano. “Dobbiamo dare atto agli ultimi Governi di un aumento sempre maggiore delle borse di specializzazione. Negli ultimi 8 anni il numero è triplicato passando da 357 nel 2014 a ben 954 nel 2021. L’aumento degli specializzandi rappresenta una straordinaria possibilità per il mondo della Pediatria del futuro, che ci pone davanti a responsabilità formative molto precise”.

Occorre riconoscere le sub specialità pediatriche per gestire aumento patologie croniche
Le riforme delle scuole di specializzazione negli ultimi 5 anni hanno profondamente cambiato la formazione di base dei pediatri. Dal 2015 il classico quinquennio è stato modificato in un triennio di base, seguito da un biennio specialistico con 14 possibili sub specialità (Neonatologia, Allergologia, Cardiologia, Endocrinologia, per fare alcuni esempi). Questa riforma è stata integrata dai DDL 2019-2020 che hanno introdotto la laurea abilitante, e la possibilità di completare il biennio in strutture ospedaliere, secondo il Decreto Calabria. In particolare, queste ultime due riforme puntano in maniera decisa a un’immissione quanto più precoce nel mondo del lavoro, proprio per far fronte alle attuali carenze. “Sarebbe importante riconoscere sul piano normativo il valore legale delle sub specialità pediatriche come già avviene in altri Paesi europei. A tal fine la SIP ha redatto un documento attualmente al vaglio del Ministero della Salute”, aggiunge la Presidente SIP. “I bambini hanno il diritto di essere curati da professionisti adeguatamente formati per l’assistenza ai soggetti in età evolutiva. Per questo è cruciale il riconoscimento della figura del pediatra subspecialista (esempio pediatra cardiologo, pediatra allergologo, pediatra gastroenterologo, endocrinologo ecc.) che può far fronte all’aumento di bambini e adolescenti con patologie croniche e gestire adeguatamente la transizione dall’infanzia all’adolescenza”.

Rilanciare la ricerca
Non esiste buona formazione e assistenza senza una buona ricerca. “Purtroppo, i dati nazionali e internazionali dimostrano una progressiva riduzione del numero dei medici ricercatori, che negli ultimi 30 anni è passato dal 5% all’ 1,5%”, afferma la Presidente SIP. Una delle ragioni sono gli scarsi finanziamenti, un problema che riguarda in maniera particolare l’Italia che è tra i Paesi europei che meno investe nella ricerca. Per incentivare la partecipazione dei giovani pediatri alla ricerca la SIP ha introdotto un pacchetto di iniziative specifiche, sia in ambito locale che nazionale, con un programma pluriennale di bandi dedicati ai giovani ricercatori.

Appello contro la denatalità
Ben 600.000 bambini in meno in 15 anni, circa 1,4 milioni di studenti in meno in 12 anni, nascite crollate sotto la soglia dei 400.000 nuovi nati nel 2021. “L’infanzia è a rischio estinzione, i pediatri non possono stare a guardare, siamo in prima linea per fronteggiare questa emergenza socio-demografica. Un importante segnale di attenzione arriva dal Family Act voluto dalla ministra Bonetti”, conclude Staiano.


L’appello dei pediatri: “Troppo pochi i posti letto in Terapia Intensiva e Neuropsichiatria”

Zanobini, presidente dell'Associazione degli Ospedali Pediatrici Italiani, al 77° Congresso della Società Italiana di Pediatria: “Gli investimenti futuri vadano anche su questi temi”

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“In Italia ci sono 23 Terapie Intensive Pediatriche e i posti letto sono all’incirca tre per un milione di abitanti, cifra al di sotto della media europea che è pari a otto. Nello specifico si va dai due posti letto per milione di abitanti della Puglia ai dieci posti letto per milione di abitanti della Liguria. Alcuni bambini vengono ancora ricoverati nelle Terapie Intensive degli adulti e dunque questo è uno dei temi che dovremo affrontare in futuro”. A sottolinearlo è Alberto Zanobini, direttore generale dell’ospedale Meyer e presidente dell’Associazione degli Ospedali Pediatrici Italiani (AOPI), intervenendo al 77° della Società Italiana di Pediatria a Sorrento (maggio 2022).
‘La riorganizzazione della rete assistenziale’ è il tema del suo intervento, che ha puntato a mettere in luce le criticità e le sfide future dell’assistenza pediatrica, in particolare ospedaliera. “La mancanza di posti letto non riguarda solo le terapie intensive - ha continuato Zanobini - ma anche la neuropsichiatria infantile. Solo un bambino su cinque riesce a essere ricoverato nel proprio reparto, gli altri finiscono in reparti impropri o in quelli di psichiatria per l’adulto”. Non solo. “Al tema del disagio psichico si lega anche la mancanza di strutture semiresidenziali per le dimissioni”, evidenzia il presidente AOPI.
“Abbiamo un’organizzazione pensata per fronteggiare le patologie acute - continua Zanobini - e meno preparata ad affrontare quelle croniche. La nuova sfida è, invece, quella di affrontare la complessità clinica che necessita un approccio multidisciplinare”. Per il presidente AOPI “manca una visione d’insieme delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza. Bisognerebbe pensare non a quanto costano gli investimenti oggi, ma ai riflessi che portano nel lungo periodo perché un investimento che oggi ci sembra costoso è un recupero di risorse nel medio e lungo periodo”.
Un problema di visione che viene fuori soprattutto quando si parla di bambini con patologie croniche complesse. “Questi bambini hanno un numero di accessi ai servizi di emergenza doppio rispetto a quelli che non hanno questo tipo di problematiche - precisa Zanobini - e questo ci pone di fronte a un problema di buon uso delle risorse. Dobbiamo avere uno sguardo d’insieme per rispondere alle nuove sfide con nuovi modelli”. E poi “serve un lavoro di rete sul territorio - evidenzia il presidente AOPI - perché non può essere solo l’ospedale il grande centro lasciato solo ad affrontare il tema dei bambini che pongono grossi problemi”.
“In un momento storico in cui si parla di fiumi di soldi europei, su questi temi per adesso c’è poco - conclude Zanobini - quello che, invece, chiediamo come ospedali pediatrici è un investimento e un pensiero in più sui giovani di oggi”.


Bambini e bambine non sono uguali di fronte alla salute. I pediatri italiani pubblicano la prima Guida alle differenze di genere nella cura dei più piccoli

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Se i neonati maschi hanno un rischio doppio di avere una forma grave di bronchiolite rispetto al sesso femminile, la possibilità di andare incontro a una pubertà precoce è da 10 a 20 volte superiore nelle bambine rispetto ai bambini. E ancora, la scoliosi ha una prevalenza sino a 7 volte maggiore nelle ragazze, mentre i disturbi dello spettro autistico sono 4 volte più frequenti nei maschi. Da qui l’idea di una Guida pediatrica alla differenza di genere realizzata dalla Società Italiana di Pediatria.

Maschi e femmine sono diversi fin dalla nascita e le differenze riguardano sia la prevalenza di patologie, sia la risposta alle terapie, sia la prognosi. Alcune si manifestano già nelle prime età della vita, altre diventano più evidenti dopo la pubertà e in età adulta.
Così se i neonati maschi hanno un rischio doppio di avere una forma grave di bronchiolite rispetto al sesso femminile, la possibilità di andare incontro a una pubertà precoce è da 10 a 20 volte superiore nelle bambine rispetto ai bambini. E ancora, la scoliosi ha una prevalenza sino a 7 volte maggiore nelle ragazze, mentre i disturbi dello spettro autistico sono 4 volte più frequenti nei maschi. Per aiutare i genitori a orientarsi nelle differenze di genere la Società Italiana di Pediatria, in occasione del 77° Congresso Italiano di Pediatria (Sorrento, maggio 2022) ha diffuso la prima Guida sulle differenze di genere nei bambini e negli adolescenti che approfondisce la tematica di genere per diverse patologie e problematiche.

Bronchiolite
È una malattia infettiva dovuta in prevalenza al virus respiratorio sinciziale (RSV), che si presenta soprattutto nel primo periodo invernale e colpisce i bambini sotto i 2 anni. Tende a risolversi spontaneamente, ma in alcuni casi può avere un decorso molto grave (febbre elevata, tachicardia, tosse persistente) e richiedere il ricovero in ospedale. A maggior rischio di forme gravi sono i bambini nati prematuri o con alcune fragilità (cardiopatie congenite, gravi patologie polmonari, neuromuscolari o immunodepressive), ma anche il genere gioca un ruolo. La bronchiolite è infatti più frequente nei maschi, che sono anche a maggior rischio di sviluppare una forma di grave di malattia, con un rischio di ospedalizzazione del 50% più elevato rispetto alle femmine. Le ragioni di queste differenze non sono completamente definite, ma il ruolo più importante sembrano giocarlo i fattori legati all’immunità innata, vale a dire l’insieme delle difese di base dell’organismo. Da qui l’indicazione che i maschi con bronchiolite siano più attentamente monitorati per identificare quanto prima possibile un eventuale peggioramento e la necessità di ricovero.

Sistema immunitario
Il sistema immunitario funziona diversamente nel maschio e nella femmina. Quello femminile è più efficiente e ciò si traduce in una maggiore suscettibilità dei maschi alle infezioni e alle allergie. D’altro canto, però la “reattività” più intensa del sistema immunitario nelle femmine ha anche alcuni aspetti negativi perché una più elevata risposta immune può sfociare nello sviluppo di malattia grave e nella comparsa di autoimmunità. Queste differenze tra sessi sono meno pronunciate nei bambini rispetto agli adulti perché il sistema immunitario è in via di sviluppo, tuttavia, alcune diversità si manifestano fin dalle prime epoche di vita. I neonati maschi, così come i lattanti e i bambini di età inferiore a 2 anni, sono più spesso interessati da infezioni respiratorie.
Nei Paesi in via di sviluppo è stato dimostrato che i bambini maschi sono a maggior rischio delle femmine di contrarre infezioni protozoarie come malaria, leishmaniosi e amebiasi e infezioni da trematodi o nematodi. Nei maschi il rischio di tubercolosi è doppio di quello delle femmine e maggiore è anche la suscettibilità all’infezione da virus dell’epatite B. Il rischio di contrarre l’influenza è maggiore nei maschi che nelle femmine, ma queste ultime hanno maggiore probabilità di sviluppare malattie gravi a decorso infausto. La maggiore reattività del sistema immunitario nelle femmine è considerata una delle ragioni della maggiore frequenza di malattie autoimmuni nei soggetti di sesso femminile. Quasi l’80% dei casi di lupus eritematoso sistemico, di malattie tiroidee autoimmuni, di sclerodermia, di miastenia grave o di sindrome di Sjögren sono diagnosticate nelle donne. In conclusione, il sesso può giocare un ruolo notevole nel condizionare l’efficienza del sistema immunitario. Nel bambino ciò ha relativa importanza, maggior valore può averlo nell’adolescente per il ruolo degli ormoni nel condizionare la funzione del sistema immunitario e per la più elevata probabilità di un effetto condizionante dei fattori ambientali.

Verso un Vaccinologia di genere?
Le risposte immunitarie più intense nelle femmine rispetto ai maschi sarebbero anche alla base di una diversa risposta immunitaria ai vaccini. Infatti, nelle femmine si raggiungono titoli di anticorpi protettivi in risposta ai vaccini significativamente più elevati che nei maschi. Le differenze di genere sono oggetto di approfondimento e potrebbero aprire la strada alla cosiddetta “Vaccinologia di genere”, il che in futuro potrà portare a una prevenzione più mirata e differenziata per sesso.

Malattia di Kawasaki
La malattia di Kawasaki (di cui molto si è parlato di recente per il suo legame con la MIS-C) è una vasculite pediatrica, il cui decorso può essere complicato da dilatazioni vascolari, soprattutto se non trattata adeguatamente. La complicanza più temibile è il coinvolgimento delle arterie coronariche (riguarda il 15-20% dei pazienti trattati e il 2-4% di quelli trattati). L’incidenza annuale in Europa tra i bambini di età inferiore a 5 anni varia da un caso su 6.500 a un caso su 20.500 nelle diverse popolazioni. L’incidenza nei maschi è superiore con un rapporto di 1,6 a 1. Inoltre, sebbene le manifestazioni cliniche (febbre, tumefazioni, mani e piedi, rush cutaneo) e l’età di insorgenza della malattia siano simili nei due sessi, nei maschi si osservano un maggior numero di complicanze e di non responder alla terapia di prima linea.

Displasia dell’anca
La Displasia congenita dell’anca è una delle patologie congenite più frequenti dell’apparato locomotore. La diagnosi deve essere fatta prima possibile e si basa sull’esame clinico ed ecografico, mentre l’esame radiografico è destinato ai bambini più grandi (oltre i sei mesi). Una diagnosi precoce, nei primi giorni - prime settimane di vita, incrementa molto l’efficacia della terapia. Il genere femminile è un fattore di rischio insieme alla presentazione podalica e alla familiarità. E’ importante che tutti i bambini vengano sottoposti a controlli nei tempi previsti.

Scoliosi
La scoliosi idiopatica adolescenziale (AIS) è la più diffusa forma di scoliosi, con una prevalenza del 2-3% in età scolare. Circa il 10% di questi casi richiedono un trattamento conservativo e lo 0,1-0,3% un trattamento chirurgico. Diverse sono le differenze che l’AIS mostra nei due sessi: nella femmina ha un’insorgenza più precoce, correlata all’anticipato sviluppo puberale, ma ha anche una maggiore probabilità di progressione, di trattamento e di impatto psicologico. Nelle scoliosi lievi-moderate il rapporto tra ragazze colpite e ragazzi è simile (1,3 su 1), ma le differenze aumentano nelle scoliosi più importanti passando a 5,4 femmine colpite su 1 maschio per arrivare nelle forme più gravi a un rapporto di 7 femmine colpite su 1 maschio. Nel sesso femminile quindi la valutazione clinica (screening) deve essere più precoce rispetto ai maschi, per un tempestivo e adeguato trattamento.

Pubertà precoce
La pubertà nella sua evoluzione normale ha profonde differenze legate al genere, in parte attribuibili agli ormoni sessuali, in parte a cause non ancora note. Differenze legate al genere si riscontrano anche nella pubertà precoce, una condizione che si verifica quando i segni di sviluppo compaiono prima degli 8 anni nelle femmine e dei 9 nei maschi. L’incidenza della pubertà precoce nelle femmine è dalle 10 alle 20 volte superiore rispetto ai maschi. Inoltre, la pubertà precoce nelle femmine nel 90% dei casi è idiopatica (ossia non ha una causa riconosciuta), mentre nei maschi la forma idiopatica riguarda il 60% dei casi.


Celiachia
In base all’ultima Relazione al Parlamento, la prevalenza della celiachia è circa 0.7% nella popolazione italiana, di cui 2/3 appartenenti alla popolazione femminile e 1/3 a quella maschile. In età pediatrica la celiachia sembra presentare alcune peculiari differenze di genere. Oltre a una maggior frequenza nel sesso femminile si è osservato che nelle bambine sotto i 14 anni sembra prevalere la presentazione classica con anemia sideropenica e con una minore percentuale di patologia silente. Il sesso maschile, invece, sembra avere un maggior rischio di sviluppare linfoma a cellute T. Negli adulti si osserva che nella femmina sono più frequenti l’infertilità, gli aborti ripetuti, il basso peso alla nascita e il parto prematuro, nel maschio la dermatite erpetiforme, la principale manifestazione cutanea della malattia.

Malattia epatica associata a disfunzione metabolica
Le malattie croniche del fegato nei bambini sono relativamente rare, ma rappresentano un problema emergente di salute pubblica, in quanto possono essere precursori di epatopatie croniche in età adulta, cirrosi e carcinoma epatocellulare. La steatosi epatica non alcolica (NAFLD), caratterizzata dall’accumulo di grasso nel fegato (non dovuto all’assunzione di alcol), secondo alcuni studi coinvolge circa il 3-10% della popolazione pediatrica, percentuale che può aumentare fino al 70% nei bambini con obesità grave. Recentemente questa condizione è stata più specificamente nominata MAFLD (steatosi epatica associata a disfunzione metabolica).
Alcuni studi riportano una maggiore prevalenza di NAFLD nel genere maschile, anche se le differenze di genere non sono state ancora sufficientemente esplorate. E’ stato messo in luce in adolescenza il ruolo protettivo degli ormoni femminili, che riducono il rischio di sindrome metabolica tra le donne. Più recentemente le scoperte sulla fisiopatologia della MAFLD, valutate da una prospettiva specifica per genere, hanno indicato che il metabolismo dei lipidi, la distribuzione del grasso corporeo e differenze nella composizione del microbiota intestinale (i batteri che normalmente colonizzano l’intestino umano) possano svolgere un ruolo rilevante nel determinare la differente incidenza di genere della MAFLD pediatrica.

Disturbi del comportamento alimentare
I disturbi del comportamento alimentare sono stati considerati per lungo tempo patologie prevalentemente femminili, con un rapporto maschi - femmine di 1 a 10. Recentemente l’età di esordio si è abbassata notevolmente e si è assistito a una maggiore diffusione di forme “aspecifiche” che tendono a manifestarsi in entrambi i sessi. Attualmente la prevalenza è 1 maschio affetto ogni 4 femmine nell’anoressia e 1 ogni 8-11 femmine nella bulimia. Le differenze tra i sessi sono meno pronunciate per il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI). Alcuni studi individuano poi alcuni sottogruppi “definiti peso-correlati”, a maggior rischio, come ad esempio le modelle, le ballerine, le atlete, e per gli uomini i body builder, lottatori, nuotatori, podisti, canottieri, ginnasti e fantini. Questi “sottogruppi” tendono a sviluppare, con maggior frequenza, disordini alimentari a causa delle limitazioni ponderali rese necessarie dai loro sport. Di fondamentale importanza risulta il riconoscimento tempestivo dei sintomi in entrambi i sessi.

Autismo
Negli ultimi decenni si sta assistendo a un aumento esponenziale del numero delle diagnosi e attualmente la prevalenza dei disturbi dello spettro autistico è stimata essere circa 1 su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, e di 1 su 77 nei bambini tra 7 e 9 anni in Italia. Le stime di prevalenza indicano che i maschi sono affetti con una frequenza circa 4,4 maggiore rispetto alle femmine. Numerosi studiosi si sono domandati se le ragioni di tale discrepanza potessero anche risiedere nelle differenti manifestazioni cliniche del disturbo legate al genere. Studi in letteratura riportano come le caratteristiche cliniche dell’ASD nel sesso femminile siano frequentemente sfumate e dunque possano più facilmente sfuggire alla diagnosi. Le bambine sembrano avere migliori competenze comunicative, con un vocabolario più ampio e maggiori capacità di esprimere stati emotivi e un minor numero di comportamenti disfunzionali.
Tuttavia, sono ancora poche le informazioni sul ruolo del genere nella sintomatologia, funzionamento, qualità di vita nel lungo periodo. Da primi studi effettuati, sembra che le femmine affette da ASD tendano a presentare nel tempo psicopatologie più gravi. Dunque, differenze di genere esistono ma al momento, non esistono differenze nell’approccio al trattamento dei soggetti con ASD in relazione al genere. Il genere non fa la differenza in quanto tale, ma per le possibili caratteristiche cliniche che possono associarsi a esso e che possono dunque indirizzare in maniera differente gli obiettivi dei trattamenti dispensati.

Bullismo
Anche il bullismo risente delle differenze di genere. Secondo un’indagine condotta dall’Istat le ragazze risultano essere vittime soprattutto di violenza psicologica (68% dei casi), mentre tra i maschi la violenza psicologica rappresenta il 35% dei casi. Prendere in giro per l’aspetto fisico o il modo di parlare è più frequente tra ragazze (7,1% femmine rispetto al 5,6% maschi), mentre botte, calci e pugni sono più frequenti tra i maschi (2,2% femmine rispetto al 5,3% maschi). Le ragazze, inoltre, si confidano di più con amiche e parenti (solo poco più del 25% preferisce tacere) magari nella speranza che l’episodio sia isolato, mentre il 33% dei ragazzi preferisce la via del silenzio.


Malattie immunitarie, un test di laboratorio per riconoscere la linfoistiocitosi emofagocitica secondaria

La presenza di una sottopopolazione di linfociti T nel sangue consente di diagnosticare la malattia e predirne la gravità. I risultati dello studio dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù pubblicati sulla rivista Blood

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Un semplice esame di laboratorio in grado di diagnosticare e predire la gravità della linfoistiocitosi emofagocitica (HLH) secondaria, una rara e grave sindrome iperinfiammatoria, fino a oggi molto difficile da riconoscere. Questo è ora possibile grazie allo studio condotto dal Bambino Gesù che ha individuato una sottopopolazione di linfociti T che è molto aumentata nei pazienti con HLH secondaria ed è in grado di distinguere tali pazienti da quelli con malattie autoinfiammatorie. “Una scoperta che ha implicazioni cliniche rilevanti che cambieranno la diagnosi e la gestione dei pazienti con varie forme di HLH” spiega il dott Fabrizio De Benedetti, responsabile di Reumatologia dell’Ospedale e corresponding author della ricerca. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Blood.

La linfoistiocitosi emofagocitica
La linfoistiocitosi emofagocitica (HLH) è una malattia caratterizzata da un’eccessiva attivazione dei macrofagi, le cellule spazzino che abitualmente eliminano le cellule infettate, ma che in questa malattia eliminano anche le cellule sane. Questo porta a un’iperinfiammazione sistemica e a insufficienza multiorgano. È una patologia che può essere mortale se non diagnostica e trattata per tempo. Per questo è importante riconoscerla subito, cosa fino a oggi molto difficile.
Esistono due forme di linfoistiocitosi emofagocitica: la forma primaria, o familiare, e la forma secondaria, o acquisita. La forma primaria ha una causa genetica, mentre la secondaria può presentarsi come complicanza di diverse patologie. I fattori scatenanti possono essere le infezioni virali (ad esempio la Sindrome Infiammatoria Multisistemica o MIS-C causata dal Covid-19), le neoplasie maligne, le immunodeficienze, le malattie metaboliche e le malattie autoinfiammatorie. Quando l’HLH secondaria è associata alle malattie reumatiche, viene comunemente chiamata sindrome da attivazione macrofagica (MAS).

Lo studio
Lo studio condotto dall’area di ricerca di Immunologia in collaborazione con quella di Oncoematologia ha dimostrato che nel sangue dei pazienti affetti da HLH secondaria esiste una sottopopolazione di linfociti T che consente di diagnosticare la malattia in maniera affidabile e di prevederne l’evoluzione. La ricerca è stata condotta sulle cellule del sangue periferico di 99 pazienti pediatrici, di cui 46 con HLH secondaria.
Per l’indagine dei campioni è stata utilizzata la citofluorimetria o citometria a flusso, una tecnica multiparametrica di laboratorio che fornisce per ogni cellula numerosi dati (vitalità, dimensioni, complessità, fenotipo ecc.).

I risultati
Lo studio ha dimostrato che nei pazienti con HLH secondaria i linfociti T attivati (esprimenti i marcatori di membrana CD38, HLA-DR e CD8) sono presenti in numero nettamente superiore rispetto a quello riscontrato in pazienti con malattie autoinfiammatorie, quali i pazienti con artrite idiopatica giovanile sistemica.
I ricercatori hanno inoltre identificato una nuova sottopopolazione cellulare di linfociti T (chiamata CD4dimCD8+), il cui numero elevato nel sangue predice la gravità della HLH secondaria. Più questa sottopopolazione cellulare è numerosa, più grave sarà l’esito prognostico.
“Uno degli aspetti più importanti dei risultati ottenuti con questo studio - spiega la dott.ssa Giusi Prencipe, biotecnologo medico del Bambino Gesù e coordinatrice dello studio - è l’immediata traslazionalità. Vale a dire che è possibile, come stiamo già facendo presso il nostro Ospedale, trasferire subito i risultati nella pratica clinica a tutto vantaggio dei bambini e delle loro famiglie”.

Le prospettive
I risultati dello studio hanno immediate ricadute sulla diagnosi e sulla presa in carico dei pazienti con HLH secondaria. È ora possibile con un semplice test di laboratorio diagnosticare con grande affidabilità e in tempi molto brevi la malattia e la sua evoluzione: basta infatti un piccolo prelievo di sangue e l’uso della citofluorimetria. Questo consente una presa in carico precoce, che è fondamentale per iniziare rapidamente l’uso dei trattamenti più appropriati e quindi per migliorare la prognosi.
“Non è sempre facile riconoscere l’HLH attraverso i sintomi e i classici esami di laboratorio, soprattutto all’esordio - commenta il dott. Fabrizio De Benedetti, responsabile dell’unità operativa di Reumatologia dell’ospedale - Con l’individuazione di questa popolazione cellulare è invece possibile effettuare precocemente sia la diagnosi che la prognosi. Un risultato ancora più importante se si pensa alle possibilità offerte dai nuovi farmaci biologici, come l’anticorpo monoclonale emapalumab”.
Il Bambino Gesù ha già coordinato in passato il trial clinico sull’uso di questo farmaco per l’HLH primaria. Un nuovo trial sull’uso dell’emapalumab per il trattamento dell’HLH secondaria si è da poco concluso. I risultati di quest’ultima sperimentazione sono stati presentanti in anteprima al Congresso Europeo di Reumatologia EULAR 2022, che si è tenuto dal 1° al 4 giugno 2022 a Copenaghen, in Danimarca.


Piombo nel sangue, l’allarme di UNICEF per 20 milioni di bambini nei Paesi ricchi

La maggior parte dei Paesi ricchi sta creando condizioni malsane, pericolose e nocive per i bambini di tutto il mondo. E sta consumando risorse in modo spropositato

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Secondo una recente Report Card pubblicata dal Centro di Ricerca UNICEF Innocenti, la maggior parte dei Paesi ricchi sta creando condizioni malsane, pericolose e nocive per i bambini di tutto il mondo. La Innocenti Report Card 17, ‘Luoghi e Spazi - Ambiente e benessere dei bambini’, mette a confronto i risultati ottenuti da 39 Paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dell’Unione Europea (UE) nel fornire ambienti sani ai bambini. Il rapporto presenta indicatori come l’esposizione a inquinanti nocivi, tra cui aria tossica, pesticidi, umidità e piombo; l’accesso alla luce, agli spazi verdi e a strade sicure; il contributo dei Paesi alla crisi climatica, al consumo di risorse e allo smaltimento dei rifiuti elettronici.

I Paesi OCSE e UE ‘consumano’ troppe risorse
Il rapporto afferma che se tutti i cittadini del mondo consumassero le risorse al ritmo dei Paesi dell’OCSE e dell’UE, sarebbe necessario l’equivalente di 3,3 pianeti Terra per mantenere i livelli di consumo. Se tutti consumassero le risorse al ritmo di Canada, Lussemburgo e Stati Uniti, sarebbero necessari almeno 5 pianeti Terra. Sebbene Spagna, Irlanda e Portogallo occupino i primi posti della classifica generale, tutti i Paesi dell’OCSE e dell’UE non riescono a garantire ambienti sani a tutti i bambini in tutti gli indicatori.
Alcuni dei Paesi più ricchi, tra cui l’Australia, il Belgio, il Canada e gli Stati Uniti, hanno un impatto grave e diffuso sull’ambiente globale - sulla base delle emissioni di CO2, dei rifiuti elettronici e del consumo complessivo di risorse pro capite - e si collocano agli ultimi posti anche per la creazione di un ambiente sano per i bambini all’interno dei loro confini. Al contrario, i Paesi meno ricchi dell’OCSE e dell’UE in America Latina e in Europa hanno un impatto molto più basso a livello mondiale.

Nei Paesi più ricchi gli ambienti per i bambini non sono sani
“La maggior parte dei Paesi ricchi non solo non riesce a fornire ambienti sani ai bambini all’interno dei propri confini, ma contribuisce anche alla distruzione degli ambienti in cui vivono i bambini in altre parti del mondo - ha dichiarato Gunilla Olsson, direttore del Centro di Ricerca UNICEF Innocenti -. In alcuni casi, vediamo che i Paesi che forniscono ambienti relativamente sani per i bambini nel proprio Paese sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento che distrugge gli ambienti dei bambini all’estero”.

A che punto è l’Italia?
Il nostro Paese si colloca 6° su 39 Paesi nella classifica generale delle condizioni ambientali che influenzano il benessere dei bambini nei Paesi industrializzati. In particolare, l’Italia risulta in una posizione buona (7°) per quanto riguarda ‘inquinamento dell’aria e dell’acqua e avvelenamento da piombo e in posizioni medie (16° e 14°) per ‘sovraffollamento, spazi verdi urbani e sicurezza stradale’ e ‘numero di pianeti Terra consumati, produzione di rifiuti elettronici ed emissioni di CO2 basate sui consumi’. Le maggiori criticità sono legate alla situazione abitativa: in particolare, la percentuale di famiglie con bambini che hanno difficoltà a riscaldare la propria abitazione (10%), le famiglie che vivono in un’abitazione sovraffollata (18,9%), la percentuale di bambini sotto i 6 anni che vivono in condizioni di disagio abitativo grave (5,9%) e le condizioni di sovraffollamento nel 20% delle famiglie con il più basso reddito (24,3%).

Il piombo nel sangue
Oltre 20 milioni di bambini in questo gruppo di Paesi hanno livelli elevati di piombo nel loro sangue. Il piombo è una delle sostanze tossiche ambientali più pericolose. La Finlandia, l’Islanda e la Norvegia si posizionano nel primo terzo della classifica nel fornire un ambiente sano per i loro bambini ma finiscono nell’ultimo terzo nella classifica per quanto riguarda ‘Il mondo in generale’, con alti tassi di emissione, rifiuti elettronici e consumi. In Islanda, Lettonia, Portogallo e Regno Unito, 1 bambino su 5 è esposto a umidità o muffa a casa, mentre a Cipro, in Ungheria e Turchia più di un bambino su 4 ne è esposto. Molti bambini respirano aria tossica sia fuori che dentro le loro case.
Il Messico è uno dei Paesi con il maggior numero di anni di vita in buona salute persi a causa dell’inquinamento dell’aria, equivalente a 3,7 anni per mille bambini, mentre la Finlandia e il Giappone hanno il più basso, a 0,2 anni. In Belgio, Repubblica Ceca, Israele, Paesi Bassi, Polonia e Svizzera oltre 1 bambino su 12 è esposto a elevato inquinamento da pesticidi. L’inquinamento da pesticidi è stato collegato al cancro, compresa la leucemia infantile, e può danneggiarne i sistemi nervoso, cardiovascolare, digestivo, riproduttivo, endocrino, sanguigno e immunitario.

Le richieste dell’UNICEF ai Governi
L’UNICEF chiede di adottare le seguenti misure per proteggere e migliorare l’ambiente in cui vivono i bambini: i Governi a livello nazionale, regionale e locale devono essere all’avanguardia nel migliorare l’ambiente in cui vivono oggi i bambini, riducendo i rifiuti, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e garantendo abitazioni e quartieri di alta qualità. Migliorare le condizioni ambientali dei bambini più vulnerabili. I bambini delle famiglie povere tendono a essere maggiormente esposti ai danni ambientali rispetto ai bambini delle famiglie più ricche. Ciò rafforza e amplifica gli svantaggi e le disuguaglianze esistenti. Garantire che le politiche ambientali siano a misura di bambino. I Governi e i responsabili politici dovrebbero assicurarsi che le esigenze dei bambini siano integrate nel processo decisionale. I decisori adulti a tutti i livelli, dai genitori ai politici, devono ascoltare le loro prospettive e tenerle in considerazione quando definiscono politiche che avranno un impatto sproporzionato sulle generazioni future. Coinvolgere i bambini, i principali soggetti interessati del futuro: i bambini si troveranno ad affrontare i problemi ambientali di oggi per molto tempo, ma sono anche quelli meno in grado di influenzare il corso degli eventi. I Governi e le imprese devono intraprendere subito azioni efficaci per onorare gli impegni presi per ridurre le emissioni di gas serra entro il 2050. L’adattamento ai cambiamenti climatici dovrebbe essere in primo piano sia per i Governi che per la comunità globale, e in vari settori, dall’istruzione alle infrastrutture.
“Dobbiamo a noi stessi e alle generazioni future la creazione di luoghi e spazi migliori per la crescita dei bambini- ha dichiarato Olsson- L’accumulo di rifiuti, le sostanze inquinanti nocive e l’esaurimento delle risorse naturali stanno compromettendo la salute fisica e mentale dei nostri bambini e minacciano la sostenibilità del nostro pianeta. Dobbiamo perseguire politiche e pratiche che salvaguardino l’ambiente naturale da cui i bambini e i giovani dipendono maggiormente”.


‘Datificati’ alla nascita, informazioni dei bambini nel mirino

Raccolte con app e social, permettono di profilare la salute delle persone

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Miriadi di dati raccolti tramite le app, alcune delle quali sulla salute, tramite i social e gli assistenti virtuali intelligenti (noto ad esempio è quello di Google) che in casa sembrano tanto semplificarci la vita.
Quella dei bimbi di oggi è una generazione ‘datificata’ alla nascita o ancora prima.
E sarà un peso, quello dell’identità digitale, che li accompagnerà in tutto il percorso di vita. Questa l’ipotesi su cui lavora Veronica Barassi, docente di Scienza della Comunicazione dell’Università St. Gallen, in Svizzera, Autrice del libro I figli dell’algoritmo (LUISS 2021).
Sapere cosa un bambino mangia, come procede la crescita, se un genitore fuma in casa: sono esempi di alcuni elementi che in passato rimanevano nel contesto domestico o nello studio del pediatra e che invece oggi, con la consapevolezza o meno di chi utilizza device, assistenti virtuali, ma anche fa ricerche su Google, può diventare noto ad altri, non sempre in forma di dati aggregati secondo l’esperta, ma anzi sempre più ‘personalizzati’. Non è solo un fatto di privacy o qualcosa che rimane confinato all’ambito pubblicitario. “Negli ultimi 20 anni -spiega Barassi - con l’arrivo dell’intelligenza artificiale e l’utilizzo di sistemi di analisi predittiva da parte di assicurazioni, datori di lavoro, banche, i sistemi cercano il numero maggiore di dati che ci sono nel mondo dei databroker e se dati ad esempio sanitari sono già lì, disponibili, possono essere utilizzati per profilare le persone sulla base della salute”. Il fenomeno detto sharenting, in base al quale la stragrande maggioranza dei genitori condivide una importante quantità di dati personali sui propri figli attraverso i social media, è solo una parte del problema per Barassi e l’esperta spiega che “nella maggior parte dei casi lo fanno in buona fede, magari spinti dal desiderio di condividere con parenti che abitano lontano”.


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Abate MV (a cura di). Pediatri: uniformare l’età pediatrica a 18 anni - Polmonite nei bambini, sono sufficienti 3-5 giorni di antibiotico - HPV, il 73% genitori UE sa cos’è ma il 20% non sa che causa il cancro - Malattie croniche, sempre più bambini colpiti - L’appello dei pediatri: “Troppo pochi i posti letto in Terapia Intensiva e Neuropsichiatria” - Bambini e bambine non sono uguali di fronte alla salute. I pediatri italiani pubblicano la prima Guida alle differenze di genere nella cura dei più piccoli - Malattie immunitarie, un test di laboratorio per riconoscere la linfoistiocitosi emofagocitica secondaria - Piombo nel sangue, l’allarme di UNICEF per 20 milioni di bambini nei Paesi ricchi - ‘Datificati’ alla nascita, informazioni dei bambini nel mirino. Medico e Bambino 2022;25(6) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS2206_10.html